Guatemala. I testimoni, il dittatore, il processo

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Siamo nel Municipio di Rabinal, Baja Verapaz, Guatemala, Centroamerica. E' il 13 marzo 1982: soldati dell'esercito e membri di gruppi paramilitari entrano nella comunità indigena, accusando indistintamente tutti gli abitanti di appoggiare la guerriglia. Alla fine si conteranno 107 bambini e 70 donne assassinati in quella che diverrà nota come la strage di Río Negro. Questa testimonianza è solo una di quelle relative alle atrocità compiute dall'esercito del Guatemala nel periodo della dittatura dell'ex generale Efraín Ríos Montt (1982-1983). E' stata rilasciata da un indio di etnia Maya Achí, Jesús Tecú Osorio, nell'aprile 2008. Tra quei 177 morti c'erano il suo fratellino e sua madre. 18 bambini furono risparmiati, compreso l'allora undicenne Jesús Tecú Osorio, il quale venne rapito e adottato forzatamente da un paramilitare che costrinsense a lavorare nelle faccende domestiche per anni. Affidato, in seguito, alla sorella maggiore, contribuì in modo determinante alla ricerca ed al rinvenimento delle fosse comuni nelle quali furono gettati i cadaveri delle vittime della strage di Río Negro. Questa ed altre storie sono raccontate nel libro di Jesús Tecú Osorio intitolato “Memoria de las masacres de Río Negro”. Nel 1996 ha ricevuto il Premio Reebok de Derechos Humanos. Nel 2007 ha fondato l'istituto educativo Fundación Nueva Esperanza.
Ma le testimonianze di atrocità compiute dall'esercito del Guatemala nel periodo della dittatura di Efraín Ríos Montt ve ne sono molte, come quella rilasciata da Lucía Quilá, alla quale sono stati uccisi padre e sorella nelle città di Tecpán e Chimaltenango. 16 le vittime totali di quella strage compiuta da militari dell'esercito guatemalteco il 12 settembre 1982. Una delle tante la cui pianificazione ed autorizzazione è attribuita all'ex dittatore Efraín Ríos Montt, oggi per la prima volta sotto processo. A metà gennaio, infatti, è scaduta l'immunità parlamentare di cui godeva dal 2000, quando venne nominato presidente del Congreso in quanto membro del Frente Republicano Guatemalteco. Giovedì scorso Lucía Quilá era tra le circa 150 persone rimaste per ore davanti alla Corte Suprema de Justicia a Ciudad de Guatemala. Tra la folla, numerosi parenti delle vittime giunte dai punti più lontani del Guatemala.
Nella Plaza de los Derechos Humanos della capitale del paese centroamericano un maxischermo trasmetteva immagini provenienti dalla Torre de los Tribunales, dove si svolgeva l'udienza preliminare del processo nel quale l'ex dittatore Efraín Ríos Montt, veniva formalmente accusato di crimini di guerra e genocidio. Decisione attesa da tempo e perciò accolta da un'esplosione di gioia e festeggiamenti. La folla era raccolta attorno ad un tappeto fatto con pino, recante la scritta “Impunidad ni ayer ni hoy”, circondata da fiori, candele e foto delle vittime dei massacri compiuti tra il 1982 ed il 1983, quando al potere c'era proprio Efraín Ríos Montt. Unico particolare non gradito alla folla, la decisione di metterlo agli arresti domiciliari fino a che non inizierà il processo vero e proprio. Processo che si spera rapido, completo ed obiettivo, allo scopo di portare giustizia, e non vendetta, ai familiari delle vittime della dittatura guatemalteca. Molti dei quali buttati in fosse comuni, ricoperte dalla terra e dall'oblio. Corpi che ancora oggi spuntano silenziosamente in mezzo a terreni agricoli o lavori di restauro di edifici, ricordando a tutti la necessità di fare luce sulle responsabilità dei massacri.

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