El Salvador: 30 anni dalla strage di El Mozote

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El Salvador, provincia di Morazán, dicembre 1981. Il paese centroamericano è immerso in una sanguinosa guerra civile che vede affrontarsi il governo autoritario del presidente José Napoleón Duarte appartenente al partito di destra Alianza Republicana Nacionalista (Arena) e la guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN).
Un corpo d'elite dell'esercito salvadoregno, il battaglione Atlacatl comandato da Domingo Monterrosa, invade il villaggio di El Mozote, circonda le abitazioni, separa gli abitanti in gruppi: uomini, donne e bambini. Li tortura, poi lo sterminio colpisce tutti indiscriminatamente: prima gli uomini, poi le donne infine i bambini. Alla fine si conteranno circa 1200 morti, tutti civili inermi. Il battaglione Atlacatl lascia la sua firma sul posto in un biglietto in cui insulta gli abitanti del villaggio chiamandoli “figli di puttana” ed accusandoli di dare rifugio ed ospitalità alla guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional. Come spiegato anche in una puntata della trasmissione di Rai3, Report, in onda il 23/09/2003, Santiago Consalvi, giornalista dell'allora radio Venceremos, uno dei primi ad arrivare sul posto il 24 dicembre 1981, descrive una scena da inferno dantesco, con le strade avvolte dall'odore acre dei cadaveri sparsi ovunque, alcuni mutilati, altri bruciati nella chiesa del paese e nelle case date alle fiamme. Sull'onda dello sdegno, anche il New York Times e il Washington Post pubblicano descrizioni del massacro.



Rufina Amaya fu l'unica sopravvissuta all'eccidio nel quale perse la famiglia: il 10 dicembre, alle 6 del pomeriggio, spiega in una intervista, a El Mozote entrarono i militari del battaglione Atlacatl, separando gli abitanti in gruppi. La mattina dopo iniziarono le torture, gli stupri, infine i massacri. Le esecuzioni avvenivano a gruppi. Separavano le famiglie, strappando figli dalle braccia delle madri. Rufina si salvò perchè si nascose tra i cespugli, fino all'una di notte. Rufina Amaya è morta nel 2007.
Ad essere colpiti oltre a El Mozote, furono anche i villaggi di La Guacamaya, Cerro Pando, Los Toriles, La Ranchería, Jocote Amarillo e La Joya. Circa 400 bambini e altri 800 civili inermi vennero uccisi dal battaglione Atlacatl. Finora i responsabili non sono mai stati processati. Documenti declassificati dal governo statunitense illustrano chiaramente che i soldati del battaglione Atlacatl vennero addestrati ed armati con fucili M-16 nel 1981 dai militari statunitensi nel Salvador. Il sostegno U.S.A. al battaglione Atlacatl continuerà almeno fino al 1989, data del massacro della Universidad Centroamericana “José Simeón Cañas” (U.C.A.), di cui ho scritto in passato. Qui il battaglione Atlacatl fucilò il rettore, padre Ignacio Ellacuría, e altri 5 gesuiti, più la moglie e la figlia del guardiano dell'Università.
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Oggi El Mozote è stato ripopolato ed è visitato da quanti non vogliono dimenticare la storia recente. Un monumento in ferro al centro della piazza, raffigurante l'ombra di una famiglia di 4 persone, ricorda cosa accadde nel dicembre 1981. In occasione del decennale della strage, nel 1991, venne installata una targa in memoria delle vittime. El Mozote, così come Cinquera, dipartimento di Cabañas, è un paese che rappresenta la memoria collettiva della guerra civile di El Salvador, di cui pochissimi in Italia parlano e di cui quasi nessuno sa nulla.

1 commenti:

  1. Solo un'imprecisione: Jose Napoleon Duarte è stato presidente soltanto dal 1984, ed era parte del partito PDC (Partido Democrata Cristiano), mentre il partito ARENA non prese il potere prima del 1989. Al momento del massacro, era al governo una giunta militare (Junta Revolucionaria de Gobierno) che cedette il potere solo nel 1982 ad un presidente ad interim, dato che nel frattempo veniva riscritta la costituzione.

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