In Messico ogni giornalista deve prepararsi per il giornalismo di inchiesta

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Si reputa una donna messicana ribelle e una buona giornalista che si da da fare nel lavoro, documentandosi e leggendo. Nata nel 1963 a Città del Messico, è oggi una delle più note giornaliste investigative dell'America Latina e attivista dei diritti umani. Secondo Lydia Cacho, la maggior parte dei giornalisti investigativi nascono con una attitudine verso questo tipo di lavoro. Lei, invece, lo deve all'ambiente familiare, ed a sua madre in particolare, Paulette Ribeiro Monteiro, psicologa, femminista, osservatrice attenta della società messicana. E' da lei che Lydia ha appreso ad essere cittadina attiva e coinvolta fino in fondo in ciò che accade nella comunità che la circonda. Non è stato facile soprattutto da bambina, ammette in una recente intervista, quando, invece di giocare con le bambole, pensava a quanta gente stesse morendo di fame e a ciò che accadeva nel Messico di allora. Un comportamento ritenuto strano sia da lei, che dalle sue amiche, e dai compagni di scuola. Da piccola voleva occuparsi di giornalismo culturale. Trasferitasi nel 1986 da Città del Messico allo stato di Quintana Roo e iniziando a scrivere in un periodico locale, ha capito che l'importante era dar voce alla società e riportarne le istanze più profonde. Ha iniziato, quindi, a scrivere articoli di ciò che definisce giornalismo sociale, con contenuti in grado di attivare meccanismi di coinvolgimento di settori sempre più ampi della società messicana.
Vivendo in Messico ogni giornalista deve necessariamente prepararsi a fare giornalismo di inchiesta. Da 18 anni Lydia Cacho scrive notizie sui diritti delle donne, anche quelli negati e sulle violenze, spaziando anche sugli abusi a minori, che altri media non coprono e che anche le autorità sottovalutano o fingono di non vedere. Se ne è occupata anche in trasmissioni televisive e radiofoniche intervistando donne vittime di violenza. Interviste realizzate anche per strada o nei bar in modo informale, in cui mescolava tematiche legate alla sessualità, all'erotismo e in generale alle relazioni tra i generi. Le ha pubblicate sotto forma di articoli, poi le ha rielaborate ed arricchite per convertirle in libri come Los demonios del Edén, Memorias de una infamia, Esta boca es mia, Con mi hij@ no, Esclavas del poder. Un problema, quello della violenza sulle donne e sui minori, legato a retaggi culturali secondo cui i maschi devono rispettare dei criteri di mascolinità per essere accettati nella società e non essere derisi, spiega. Allo stesso modo alle donne viene imposto di essere sottomesse.



Ciò che Lydia Cacho scrive non piace alle autorità messicane, tanto da essere stata sequestrata e torturata nel dicembre 2005 dalla policia poblana. Per sua stessa ammissione, deve molto alla diffusione immediata della notizia fatta dai media e dalle Organizzazioni Non Governtive, che temevano per la sua vita. Attualmente riceve costanti minacce, estese anche a familiari e amici. Il suo telefono e le sue e-mails sono costantemente spiate da apparati dello stato messicano, cosa che, ammette sempre Lydia Cacho in una intervista, la svuota delle forze e la distrugge mentalmente. Per questo fa yoga, va in barca per rilassarsi in mezzo alla straordinaria natura e i preziosi panorami della zona di Quintana Roo, capaci di farle tornare la pace interiore. Dal 2000 lavora per le Nazioni Unite nel Fondo in favore delle donne. Impossibile elencare i premi e i riconoscimenti vinti durante la sua carriera. Martedì 13 dicembre, Lydia Cacho sarà ospite dell'Instituto Cervantes di Roma per presentare il libro Memorias de una infamia.


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