La caravana por la paz è arrivata a Ciudad Juarez

“Yo quiero preguntarle al presidente Calderón si su guerra ha valido la pena.
Si su guerra de 40 mil muertos y 10 mil desaparecidos
¿es la guerra donde mueren criminales?
Yo le digo que su guerra está equivocada,
que tiene una deuda con estas víctimas,
y que no debió haber salido a esta guerra cuando las instituciones
nos están mostrando que están podridas, porque son cómplices;
vivimos en un régimen de impunidad.
No se puede haber salido a esta guerra sin una reforma del Estado”

Javier Sicilia


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Ramos Arizpe, periferia di Saltillo, stato di Coahuila, 2 aprile. Come d'abitudine, Rafael Ibarra sta vendendo dolciumi davanti ad un negozio. D'un tratto un suv bianco senza targa irrompe sulla scena. Uomini armati lo accerchiano, lo colpiscono ripetutamente e lo costringono a salire. Da allora sua moglie, María del Carmen Carlos non ha notizie del marito. Nei giorni succesivi è scesa in strada distribuendo foto a commercianti, poliziotti, spacciatori di droga, scagnozzi dei cartelli. Uno di loro le ha fornito il numero di un pezzo grosso, un capo, che al telefono ha negato responsabilità nella scomparsa. Le ha suggerito di rivolgersi ai militari. Così ha fatto, fornendo dettagli sui luoghi frequentati da criminali locali, oltre al cellulare del narco, ma le indagini non hanno portato a nulla. Riunitasi col sindaco di Ramos Arizpe, Ramón Oceguera, questi l'ha rimproverata per andare in giro a perder tempo con queste cose, ammonendola di tornare a casa. Quella di María del Carmen Carlos è solo una delle testimonianze toccanti ed emotive emerse grazie all'iniziativa Caravana por la Paz con Justicia y Dignidad.
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37 mila i morti da quando Felipe Calderón ha iniziato la lotta al narcotraffico, militarizzando il paese. 1 su 5 muore a Ciudad Juarez. Centinaia di persone hanno raccontato le proprie esperienze, denunciando soprusi e minacce subite sia da criminali comuni, sia da narcotrafficanti, sia da agenti delle forze dell'ordine. Alcuni hanno parenti scomparsi, altri morti. La Caravana por la Paz con Justicia y Dignidad, organizzata dal poeta messicano Javier Sicilia, era partita sabato 4 giugno da Cuernavaca (Morelos) ed è giunta giovedì 10 a Ciudad Juarez (Chihuahua), dopo aver percorso 3000 chilometri attraverso il Messico. A Cuernavaca, il 28 marzo, è stato ucciso Juan Francisco, il figlio di Javier Sicilia. Non un omicidio come tanti, ma uno spartiacque che ha dato la spinta alla società messicana per alzare la voce ed urlare il proprio malcontento.
Dopo l'arrivo della Caravana por la Paz con Justicia y Dignidad a Ciudad Juarez, a 3 metri dal palazzo del governo, è stata posta una targa per ricordare l'omicidio di Marisela Escobedo, il 16 dicembre 2010. Nella piazza dove si erge il monumento a Benito Juárez, è stato poi firmato un patto (Pacto Nacional con Justicia y Dignidad) tra cittadini e organizzazioni di diversa natura. Scopo: chiedere al presidente messicano Felipe Calderón, che intraprenda riforme politico-sociali tra cui la cessazione della militarizzazione del paese, la fine dell'impunità e della corruzione. Altri punti riguardano l'aumento delle politiche a favore dell'occupazione e dell'istruzione, maggiore partecipazione della cittadinanza alla vita politica.
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Il 98% dei crimini legato al narcotraffico restano impuniti. Lungo i 3000 chilometri di percorso della Caravana por la Paz, moltissimi familiari delle vittime hanno incontrato Javier Sicilia per testimoniare su quelle che il governo di Felipe Calderón chiama “danni collaterali” nella lotta al narcotraffico.

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