Sono vivi i minatori intrappolati nella miniera di Copiapó, in Cile

La Mina San José di Copiapó ha iniziato la sua attività nel 1889. Nel 2007 è stata chiusa dopo la morte di un minatore in circostanze tuttavia non chiarite e riaperta nel 2008. Ora un altro crollo. Settecento metri di terra, frutto di una frana, separano, dalle 14:00 del 5 agosto, 33 lavoratori, 32 cileni ed un boliviano, della miniera di oro e rame di Copiapó, nel deserto di Atacama, circa 900 chilometri a nord di Santiago del Cile. Sono lì sotto, ma sono vivi e stanno bene. “Estamos bien en el refugio los 33” hanno scritto con inchiostro rosso su un foglio di quaderno, attaccato con elastici ad una sonda metallica fattagli arrivare attraverso un buco dai soccorritori. Poco prima, la sonda aveva fatto il suo ingresso nel rifugio dove si trovano radunati, rompendo l’ultima barriera di terra, mentre i minatori la colpivano con martelli per lanciare un segnale di vita ai soccorritori. Tra gli intrappolati c’è Mario Gómez, 65 anni, che in una lettera indirizzata alla moglie ha scritto la sensazione di gioia provata all’avvicinarsi della sonda e la presenza di acqua potabile nella miniera che scende da un canalone sopra di loro.



Ieri, per la quarta volta, il presidente cileno Sebastián Piñera si è recato in elicottero alla Mina San José di Copiapó, dove è presente anche la senatrice socialista Isabel Allende, figlia dell’ex presidente del Cile, Salvador Allende. Appena arrivato nelle mani del presidente, il biglietto, alle 15:15 di ieri, è stato mostrato alle telecamere e un ondata di entusiasmo ha percorso il Cile, dal deserto di Atacama alla capitale, Santiago, coinvolgendo parenti e semplici cittadini, alcuni dei quali hanno appeso bandiere nazionali alle finestre. Ora il compito delle squadre di soccorso sarà mantenere in vita ed in buone condizioni psicofisiche i minatori intrappolati, oltre che scavare una galleria per tirarli fuori. Per ora il buco nel quale passeranno i viveri, acqua e medicine ed una telecamera per installare un sistema di comunicazione permanente è largo sessantasei centimetri.
Da segnalare che 48 ore dopo la frana, nella Mina San José si era verificato un nuovo crollo, che ha costretto i soccorritori a fermarsi e riprendere le operazioni. Il 15 agosto, sul posto erano arrivati anche macchinari statunitensi e australiani per favorire lo scavo, che avevano permesso ai soccorritori di giungere, intorno al 20 agosto, a oltre 700 metri di profondità. Con estrema frustrazione, non c’era nessuna traccia del rifugio dove avrebbero dovuto trovarsi i minatori. L’errore è stato attribuito ad una mappa topografica non aggiornata che ha portato le trivelle fuori direzione. Un duro colpo psicologico per i soccorritori, che comunque non si sono persi d’animo ed hanno usato quel tunnel per inserire un’altra sonda che ha cercato di correggere la direzione degli scavi. Due giorni fa la notizia: i 33 minatori cileni stanno tutti bene, salvi, in un rifugio a 624 metri di profondità.

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