La Mina San José era pericolosa. E qualcuno lo sapeva

L'economia della regione di Atacama si basa sull'estrazione dei minerali quali oro e rame. Sono circa 1200 le miniere presenti, delle quali solo una ventina veramente grandi. Nella regione vi sono solo due funzionari geologici e minerari per cui è impossibile supervisionare tutte le miniere in modo approfondito. San José è classificata tra le miniere medio-piccole, ma i proprietari puntano ad ottenere una alta produttività, che però non coincide con alta efficienza. Negli anni novanta si è passati dall'estrazione verticale all'estrazione orizzontale, che permette l'uso di macchinari, trivelle più piccole e camion che facilitano il lavoro ma sfruttano maggiormente i giacimenti. Ciò ha indebolito la struttura della miniera favorendo il verificarsi di crolli. Questi, paradossalmente, sono considerati positivi dai proprietari delle miniere perchè permette di estrarre il minerale solo attraverso l'uso di pale meccaniche e camion. Il 5 agosto però, qualcosa di più grande del solito crollo è accaduto.
Due giorni fa, l’entusiasmo del ritrovamento dei 33 minatori cileni vivi all'interno della Mina San José a Copiapò, nel deserto di Atacama, si è purtroppo mescolato con la notizia che i familiari dovranno attendere almeno tre mesi se non quattro, prima di poter riabbracciare i propri cari: questo il margine di tempo che ha stabilito l’ingegner André Sougarret, della compagnia statale Corporación Nacional del Cobre (Codelco), a capo delle operazioni. Infatti ad oggi si deve ancora attendere l’arrivo di un macchinario che permetterà di scavare un tunnel verticale lungo almeno 500 metri e largo 4, attraverso cui estrarre i minatori dalla Mina San José, anche se non si escludono soluzioni alternative. Sul posto opera anche il Grupo de Operaciones Especiales (Gope) dei Carabinieri cileni.

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Anche quando le autorità classificavano come scarse le probabilità di ritrovare vivi i 33 minatori cileni intrappolati nella Mina San José di Copiapó, i familiari non hanno mai perso le speranze. Speranza di rivedere e riabbracciare i propri cari, speranza in quello che è stato definito un miracolo, speranza premiata con la gioia con cui hanno accolto ieri la notizia che i minatori stanno bene. E “Esperanza” è anche il nome dato al campo dove si trovano le tende che le autorità locali hanno messo in piedi quando si sono resi conto che le mogli, i figli, ed i parenti dei minatori non se ne sarebbero andati fino al momento della liberazione.
Proprio le testimonianze di parenti ed amici stanno rivelando alcuni dettagli sulla tragedia: la miniera non ha una uscita d’emergenza, è stata già teatro di altri crolli, almeno ottanta, e pochi giorni prima dell’incidente ha visto un altro minatore perdere una gamba in un incidente sul lavoro. Inoltre, molti familiari hanno accusato la impresa che gestisce la Mina San José: la San Esteban, del fatto che i lavoratori erano continuamente sottoposti a doppi turni e orari continuati, per una paga di circa 620 euro mensili. Tutto questo perché le compagnie sono solite sfruttare al massimo le miniere quando il prezzo delle materie prime è alto per ottenere maggiori guadagni. Denunce che hanno portato il presidente cileno Sebastián Piñera ad accusare di mancata collaborazione la San Esteban, anticipando che non ci sarà impunità per i responsabili del crollo dato che, secondo le denunce, l’impresa ha ritardato l’annuncio del crollo, violava sistematicamente le norme di sicurezza, non pagava l’assicurazione dei lavoratori. 24 delle 33 famiglie dei minatori intrappolati nella Mina San José hanno presentato una denuncia. La Camera dei Deputati cilena ha aperto una inchiesta.

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