La Republica Dominicana si prepara all'esodo dei sopravvissuti. Ad Haitì, intanto, si scava a mani nude

Dopo il terremoto che ha devastato parte della capitale di Haiti, Port-au-Prince, ed alcuni centri limitrofi fino alla città meridionale di Jacmel, nella vicina Republica Dominicana si teme l’arrivo di una ondata di profughi haitiani alla frontiera. Le autorità dominicane stanno preparando le strutture delle città confinanti ad assimilare la grande quantità di persone che, dalle prossime ore, cercheranno assistenza medica, acqua e viveri nel paese vicino. In questo momento, perciò, anche la Republica Dominicana ha bisogno di tutto l’aiuto possibile da parte della comunità internazionale.
Nelle piazze e nei parchi pubblici della capitale di Haiti si sono formati campi profughi improvvisati, in cui, secondo la Croce Rossa Internazionale, stazionano quasi tre milioni di senza casa. Il sisma ha colpito un paese in cui la struttura statale non esisteva. Lo stato era solo un edificio, un volto in televisione, un nome al lato di una carica. Lo stato inteso come amministrazione locale, servizi igienico-sanitari, sociali, culturali, di pubblica istruzione, di viabilità, quello stato non esisteva e probabilmente non è mai esistito ad Haiti, fin dall’anno della sua indipendenza. Questo influisce negativamente sull’efficacia e sulla celerità della distribuzione di aiuti internazionali. Quei viveri che non necessitano refrigerazione, medicinali a lunga conservazione, ospedali da campo e indumenti che stanno arrivando in queste ore da Stati Uniti, Europa, Cina, Islanda, Cile, Brasile, Venezuela, Messico e altri stati latinoamericani. I canali di distribuzione attualmente non esistono e gli aiuti sono bloccati in un aeroporto che si sta facendo via via sempre più stipato. Il pessimo stato delle vie di comunicazione rende ancor più difficile coordinarne la distribuzione. I sopravvissuti hanno bisogno di cibo, acqua, coperte, sacchi per i cadaveri, mentre è grave il rischio di diffusione di epidemie dovute alla contaminazione dell’acqua e all’inalazione delle polveri dei detriti. Molti gli haitiani all’estero che stanno cercando di mettersi in contatto telefonico con i loro parenti e amici sull’isola. Ma le linee sono fuori uso. Le uniche notizie arrivano attraverso i satellitari e da Skype. Intanto, tra le rovine, si scava a mani nude, perchè di ruspe o altri mezzi, nelle immagini che giungono dai circuiti internazionali, non c’è traccia. E’ troppo presto per parlare di cifre. Ora bisogna solo pensare a tirar fuori quanti più superstiti possibile.

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