Dopo l'uccisione di Arturo Beltrán Leyva, in Messico, si teme un'ondata di violenza

La scorsa settimana la Infantería de Marina de México ha ucciso il ricercatissimo capo di uno dei più sanguinari cartelli del narcotraffico messicano: Arturo Beltrán Leyva, "El jefe de jefes", "El Barbas", "La Muerte", "El botas blancas". Comandava l'omonimo Cartel: quello dei Beltrán Leyva. Assieme a lui sono caduti sul'asfalto del quartiere Altitude della città di Cuernavaca, stato di Morelos, altri sei sicari. Morto anche uno dei militari che partecipavano all'azione. E pensare che la città, poco più di settantacinque chilometri a sud della capitale, Ciudad de Mexico, è chiamata "la ciudad de la eterna primavera", in quanto luogo di riposo e vacanza, soprattutto per personaggi altolocati della società capitolina. Poche ore dopo l'accaduto, il Presidente della Repubblica, Felipe Calderon, dal Cop 15 di Copenhagen ha apprezzato l'operazione, soprattutto, ma questo non lo ha detto, perchè arrivata in un momento in cui la sua popolarità tra i messicani sta cadendo in picchiata.
Dopo l'entusiasmo iniziale, per la decapitazione del Cartel dei Beltrán Leyva, nell'opinione pubblica e tra i giornalisti del paese ha iniziato a diffondersi l'ipotesi che questa morte potesse portare ad una esplosione di violenza, sia all'interno del Cartel, per definire i nuovi rapporti di forza fino all'elezione di un nuovo capo; sia all'esterno, perchè altri cartelli potrebbero voler occupare il territorio dei Beltrán Leyva, approfittando della momentanea assenza di un capo riconosciuto. Sette sono i grandi cartelli del narcotraffico operanti in Messico: el Cartel del Golfo affiliato al gruppo di sicari Los Zetas, el Cartel de Sinaloa, dei Beltrán Leyva, di Tijuana, di Juárez, el Cartel de los hermanos Valencia e La Familia Michoacana.
Mario Alberto o Héctor Beltrán Leyva, detto "El General" sono i nomi dei possibili successori di Arturo. Sembra invece tagliato fuori l'altro fratello: Carlos Beltrán Leyva. Quando muore un capo di un Cartel, pochi sono quelli che piangono, anche tra coloro che fino a ieri dicevano di essergli fedeli. L'anno scorso la rottura tra i Beltrán Leyva e il Cartel de Sinaloa, dell'arrestato Joaquín "El Chapo" Guzmán, accusato dai primi di essere un traditore, ha scatenato una faida con centinaia di morti, prima di stabilizzare un nuovo equilibrio di poteri. Secondo le stime delle forze dell'ordine messicane, almeno mezzo milione di persone lavorano per i cartelli: trecentomila coltivano le piante da cui si estraggono gli stupefacenti, centosessantamila si occupano del trasporto, quarantamila sono sicari o mercenari. Il Procurador General de la República, Arturo Chávez, ha aggiunto, in dichiarazioni alla stampa, che l'80% degli omicidi del paese si verifica in solo sette dei trentadue stati che lo compongono. Guarda caso gli stati di confine vicini agli U.S.A. Vi sono, inoltre, oltre mille municipi dove nel 2009 non si è verificato neanche un morto. In questo, che è l'anno col maggior numero di vittime dalla salita al potere del presidente Calderòn, sono dati che, purtroppo, non consolano gli abitanti che vivono a ridosso della frontiera, dove le pallottole volano con maggiore frequenza.

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