El Salvador. Le ferite aperte dal passaggio dell’uragano Ida


Circa centocinquanta morti. A lasciarli è stato il passaggio nel Salvador della tormenta tropicale Ida. Si è abbattuta sul paese centroamericano tra il sette e l’otto ottobre. Per quella notte il Servicio Nacional de Estudios Territoriales (SNET) di San Salvador, aveva diffuso una previsione di 100 millimetri di pioggia. Ne sono caduti 335 in quattro ore. Nel paese cadono 1800 millimetri di pioggia all’anno. Ventiquattrore prima, in Nicaragua, Ida aveva costretto oltre cinquemila persone ad abbandonare le abitazioni. Le piogge intense che hanno accompagnato il suo passaggio hanno provocato gravi danni a El Salvador, sia per numero di vittime e feriti, sia per le infrastrutture distrutte. Nella “terra di laghi e vulcani”, almeno centotrenta erano le vittime, stando alle cifre ufficiali dell’otto novembre. Incalcolabili i danni, cosa che ha spinto il governo del Presidente, Mauricio Funes, a decretare lo stato di emergenza nazionale. Centinaia gli edifici privati e pubblici crollati o danneggiati, specialmente nei paesi montani o attigui ai corsi d’acqua, alcuni dei quali hanno straripato. Tra le zone maggiormente investite dalla tormenta, San Vicente, dove le strade sono state coperte di fango e le frane hanno trascinato a valle case e ponti. Altre regioni colpite sono state San Salvador, La Libertad, La Paz, Usulután e Cuscatlán, dove molte delle vittime, nella serata di domenica scorsa non erano ancora state raggiunte dai soccorritori, tra i quali volontari e agenti di Polizia, Esercito e Vigili del Fuoco. Altri sopravvissuti risultavano isolati dalle frane. Si preannunciava già l’aumento del numero di deceduti. L’acqua, notoriamente è simbolo di vita. In Salvador a principio di novembre è divenuta sinonimo di morte e distruzione.



Nelle prime ore di martedì il Presidente Mauricio Funes sorvolava in elicottero il comune di Verapaz, attiguo al vulcano Chinchontepec, nella regione di San Vicente. Contemporaneamente il ministro dell’Agricoltura, Manuel Sevilla, ricordava come in quel territorio si coltivi il quaranta percento del grano di tutto il paese e come vi siano moltissime piantagioni di caffè. Tutto perduto. Per ricevere informazioni più dettagliate, però, si dovrà attendere la missione ed il resoconto stilato dalla Comisión Económica para América Latina (Cepal). Nell’attesa, operai del Ministerio de Obras Públicas e volontari si adoperavano per sgombrare, per lo meno, le principali vie di comunicazione. La Panamericana, che unisce San Salvador e San Vicente, era interrotta in più punti, tanto da apparire ai giornalisti intenzionati a percorrerla “un campo minato”. Numerosi i pali elettrici caduti e le località senza energia elettrica, Nella serata di martedì scorso, camion con acqua, viveri e indumenti riuscivano a raggiungere i primi comuni, mentre le immagini filmate dagli elicotteri delle televisioni mostravano l’estensione delle frane, che apparivano come enormi ferite sui fianchi delle montagne. Herman Rosa Chávez, ministro dell’Ambiente e delle Risorse Naturali, affermava che la quantità d’acqua caduta era un record senza precedenti storici. Neanche l’uragano Mitch, nel 1998, era stato così intenso. Intanto dalle centinaia di case totalmente distrutte e dalle quasi duemila danneggiate, circa tredicimila persone, con particolare attenzione agli anziani, venivano ospitate in oltre centodieci alberghi di tutto il paese.
El Salvador conta circa sei milioni di abitanti e ventunomila chilometri quadrati di estensione. Oggi, nei luoghi della tragedia, il panorama è cambiato rispetto ai primi di novembre. A modificarlo è stata la potenza dell’acqua e del vento. Le varie Verapaz, Tepetitán, Guadalupe hanno visto i loro laghi e fiumi sondare invadendo coltivazioni, strade, abitazioni, portando via parti di colline e montagne, sgretolando la sicurezza, la tranquillità, lasciando il posto al vuoto della perdita. Oltre al dolore per le vittime c’è l’incertezza per i desaparecidos, gli scomparsi Martedì, scorso, nove giorni dopo la festa dei morti, celebrazione molto sentita in Salvador come nel resto del Centroamerica, i cimiteri tornavano a riempirsi. Stavolta nulla a che fare con le commemorazioni. Erano funerali veri. Anche per i non identificati. Cadaveri estratti dal fango delle macerie, fantasmi tra i fantasmi, privi di identità.



Per la ricostruzione saranno stanziati centocinquanta milioni di dollari, finanziati dal Banco Interamericano de Desarrollo e dalla Banca Mondiale, ha detto il Presidente Funes. La ricostruzione è cominciata.
Secondo una informativa della Mesa Permanente para la Gestión de Riesgos, datata maggio 2009, il settantacinque percento del paese si trova esposto a rischio di disastro naturale. La storia insegna che negli ultimi vent’anni El Salvador ha registrato dodici disastri di grande portata che hanno causato oltre quattromila morti e due milioni settecentomila feriti. La fascia di popolazione maggiormente colpita, si legge nel documento, sono le donne e le bambine.
In questi giorni, politici, giornalisti, ambientalisti, discutono con toni più o meno accesi sul concetto di vulnerabilità del paese verso eventi atmosferici come questo, o fenomeni naturali quali terremoti o eruzioni vulcaniche. Molti degli abitanti di San Vicente, come degli altri comuni colpiti, non capiscono il concetto di vulnerabilità: al contrario lo vivono sulla loro pelle, quando non possono tornare nelle loro case, quando non potranno più salutare i vicini morti o scomparsi, quando ad un parente, sepolto dalle frane e dal fango, sostituiranno una sua foto.

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