Crisi in Honduras. Niente accordo tra Manuel Zelaya e Roberto Micheletti. Lunedì un nuovo tentativo

manuel-zelayaMercoledì sette ottobre quattro aerei con a bordo una nutrita delegazione dell’Organizzazione degli Stati Americani, sono atterrati all’aereoporto Toncontìn di Tegucigalpa, capitale dello stato centroamericano dell’Honduras. Scopo della missione, che ha il suo quartier generale all’Hotel Clarion, è ristabilire la normalità nel paese, diviso da quasi quattro mesi di scontri verbali tra il presidente golpista Roberto Micheletti e quello eletto Manuel Zelaya, e scontri fisici tra i loro sostenitori in strada. In quello scellerato ventotto giugno il presidente Micheletti probabilmente non si aspettava la levata di scudi, l’isolamento internazionale e le sanzioni che la comunità internazionale avrebbe realizzato contro il suo illegittimo governo. Il presidente dell’OEA ha definito correttamente e senza giri di parole quel giorno “l’inizio di un colpo di stato”. Durante la cerimonia di inaugurazione della Mesa de dialogo, nel Salon Madrid dell'hotel, ha effettuato un forte richiamo ad entrambre le parti in causa a sanare le divisioni. In un comunicato pubblicato nel sito ufficiale dell'OEA si legge che Insuza ha sostenuto che:
"en el proceso de diálogo iniciado en la fecha deben considerarse todos los puntos planteados hace más de dos meses en la propuesta denominada Acuerdo de San José. Dicho acuerdo es claro en cinco aspectos: el restablecimiento del Presidente Zelaya en el poder; la formación de un gobierno de unidad nacional; la garantía de que no existirán nuevas iniciativas de reforma constitucional durante el resto del periodo; la amnistía de los delitos políticos que se pudieron haber cometido; así como los mecanismos de supervisión internacional para asegurar el cumplimiento de lo acordado".
Zelaya, chiuso nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa dal ventuno settembre, circondata dai militari, era intanto, spettatore televisivo di quelle riunioni che avrebbero dovuto definire il suo destino. Tutto a poche settimane dalle elezioni del ventinove novembre. Anche l’Hotel Clarion era circondato e farcito di componenti la Policia Antidisturbios e l’esercito.
Il giorno successivo la missione dell’OEA, con in testa il presidente Insulza, si è recata presso la Casa Presidencial, trovando ad attenderla Micheletti e alcuni dei suoi più fedeli ministri. La delegazione dell’Organizacion de Estados Americanos comprendeva, tra gli altri, ministri degli esteri di Costa Rica, Bruno Stagno, El Salvador, Hugo Martínez, Guatemala, Haroldo Rodas, Messico, Patricia Espinosa ed Ecuador, Fander Falconí. Insulza ha espresso la preoccupazione internazionale per la situazione di Zelaya, confinato nell’ambascaiata del Brasile, per il coprifuoco dichiarato e poi revocato dallo schizofrenico governo Micheletti, e per l’isolamento internazionale dell’Honduras che sta costando carissimo ai cittadini in termini di vita quotidiana. roberto-micheletti
Per tutta risposta Micheletti ha sostenuto che la comunità internazionale non è aggiornata, né correttamente informata sulla situazione interna del paese. In particolare bisogna, a detta sua, indagare quello che stava accadendo nel paese prima del famigerato ventotto giugno, notte in cui militari presero "Mel" ancora in pigiama espellendolo dal paese, abbandonandolo poi in Costa Rica. Micheletti si riferiva chiaramente al progetto di referendum proposto da Zelaya per la modifica della costituzione dell’Honduras, al fine di rendere possibile una sua rielezione. Micheletti ha detto, infine, di non temere né gli U.S.A. né il Brasile, solo il ritorno di Zelaya. L’unico modo per non far svolgere le previste elezioni di novembre è che il paese venga invaso, ha aggiunto.
A questo ha risposto l’ambasciatore del Brasile in Honduras che ha ricordato come non sia competenza dell’Organizzazione degli Stati Americani giudicare gli atti di un presidente regolarmente eletto, mentre lo è denunciare le violazioni della Carta Democratica Iberoamericana. In questo scenario l’accordo sembrava lontano. Era l'otto ottobre. Il giorno successivo è stata l’ONU a fare una denuncia chiara verso l’attitudine cui sarebbe giunto il governo de facto di Micheletti. L’accusa era utilizzare paramilitari colombiani per controllare la situazione e minacciare gli avversari politici. Stando a quanto dichiarano esperti di diritti umani dell’ONU, alcuni ricchi possidenti avrebbero assoldato paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia e di altri gruppi simili, giunti dal paese cafetero e da altri stati del il Centroamerica. In tutto circa centoventi persone. Il governo ha smentito la notizia sostenendo che non farebbe mai del male ad alcun hondureno. braccio-di-ferro
Lo scorso mercoledì la speranza ha ricominciato a percorrere le strade del paese. La notizia di un accordo raggiunto tra le parti che restituisse il potere a Manuel Zelaya era stata fatta circolare da elementi del suo staff. Poco dopo, fonti della presidenza golpista e il ministro de Gobernacion del deposto Zelaya, Victor Meza, hanno smentito. Quello che è stato stilato, ha aggiunto Meza, è un documento condiviso su cui lavorare che ha come tema centrale il ritorno di Zelaya al potere. Interessante, poi, la terminologia utilizzata da Meza “Questa non è la fine della crisi politica ma una porta verso la via d’uscita”. Il nodo del contendere è: chi deve decidere sul ritorno di Zelaya al potere? Secondo il gruppo di supporters di Micheletti è la Corte Suprema, per i fedelissimi di Zelaya è il parlamento. Lo stesso "Mel" Zelaya in una intervista telefonica ha qualificato di burla la pretesa di Micheletti. Una posizione definita autoritaria e irrispettosa. Tutte le attuali trattative si basano sull’accordo di San Josè proposto dal presidente costaricano Oscar Arias nel quale si prevede il ritorno di Manuel Zelaya al potere, la costituzione di un governo di riconciliazione nazionale composto da rappresentanti di tutti i partiti politici, amnistia politica e rinuncia da parte di Zelaya dal voler convocare una Asamblea Nacional Constituyente per potersi ricandidare.
La comunità internazionale intanto continua ad insistere nella sua posizione. Non riconoscerà le elezioni del prossimo novembre se Manuel Zelaya non tornerà al potere. Da parte sua il governo Micheletti, continua a ricordare che Manuel Zelaya ha compiuto reati, e che, per quei reati dovrà essere processato. Lunedì, il prossimo capitolo della vicenda. Tutti attorno al tavolo delle trattative. Di nuovo.

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