Uruguay. La morte della poetessa Idea Vilariño, e le dimissioni dall'ospedale dello scrittore Mario Benedetti


Quiero morir.
No quiero oír ya más campanas.
La noche se deshace, el silencio se agrieta.
Si ahora un coro sombrío en un bajo imposible,
si un órgano imposible descendiera hasta donde.
Quiero morir, y entonces me grita estás muriendo,
quiero cerrar los ojos porque estoy tan cansada.
Si no hay una mirada ni un don que me sostengan,
si se vuelven, si toman, qué espero de la noche.
Quiero morir ahora que se hielan las flores,
que en vano se fatigan las calladas estrellas,
que el reloj detenido no atormenta el silencio.
Quiero morir. No muero.
No me muero. Tal vez
tantos, tantos derrumbes, tantas muertes, tal vez,
tanto olvido, rechazos,
tantos dioses que huyeron con palabras queridas
no me dejan morir definitivamente.


Si muriera esta noche
si pudiera morir
si me muriera
si este coito feroz
interminable
peleado y sin clemencia
abrazo sin piedad
beso sin tregua
alcanzara su colmo y se aflojara
si ahora mismo
si ahora
entornando los ojos me muriera
sintiera que ya está
que ya el afán cesó
y la luz ya no fuera un haz de espadas
y el aire ya no fuera un haz de espadas
y el dolor de los otros y el amor y vivir
y todo ya no fuera un haz de espadas
y acabara conmigo
para mípara siempre
y que ya no doliera
y que ya no doliera


Me moriré y él seguirá cantando
bueno digo Carlitos
y Jorge seguirá haciendo el amor
como si se muriera
y seguirá sin mí este mundo mago
¿este mundo podrido?
Tanto árbol que planté
cosa que dije
y versos que escribí en la madrugada
y andarán por ahí como basura
como restos de un alma
de alguien que estuvo aquí
y ya no másno más.
Lo triste lo peor fue haber vivido
como si eso importara
vivido como un pobre adolescente
que tropezó y cayó y no supo
y lloró y se quejó
y todo lo demásy creyó que importaba.


Ya no será
ya no
no viviremos juntos
no criaré a tu hijo
no coseré tu ropa
no te tendré de noche
no te besaré al irme
nunca sabrás quién fui
por qué me amaron otros.
No llegaré a saber
por qué ni cómo nunca
ni si era de verdad
lo que dijiste que era
ni quién fuiste
ni qué fui para ti
ni cómo hubiera sido
vivir juntos
querernos esperarnos estar.
Ya no soy más que yo
para siempre y túya
no serás para mímás que tú.
Ya no estás
en un día futuro
no sabré dónde vives
con quién
ni si te acuerdas.
No me abrazarás nunca
como esa noche
nunca.
No volverá a tocarte.
No te veré morir.


Ho voluto iniziare così, in maniera per me atipica, questo post sulla morte della scrittrice e poetessa uruguayana Idea Vilariño. Una selezione di poesie con lo stesso tema di fondo, la morte, per ricordare che, in fondo, lei lo aveva già scritto, lo aveva già spiegato, ci aveva già preparato per questo momento. Nella mattinata del 28 aprile, in un letto d’ospedale a Montevideo, nel suo Uruguay, si è spenta per un problema respiratorio dovuto ai postumi di una operazione chirurgica. L’ottantottenne poetessa, era stata ricoverata per forti dolori addominali dovuti ad una occlusione intestinale. Fonti familiari hanno riferito ai quotidiani uruguayani e allo spagnolo El Pais che l’operazione si era svolta con esito positivo, ma Idea Vilariño non ha superato il decorso post operatorio. Dal 1952 al colpo di stato del 1973 esercitò come professoressa di letteratura uruguayana presso la Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación de la Universidad de la República. Mai abbandonò l’Uruguay e tornò ad insegnare nel 1985 col ritorno della democrazia nel paese fino al 1988. Alcune poesie sono ispirate all’intensa storia amorosa che ebbe con lo scrittore Juan Carlos Onetti. Scrisse anche lavori su Shakespeare oggi diffusi negli ambienti universitari latinoamericani. I suoi scritti, assieme a quelli di illustri compatriote quali Delmira Agustini e Juana de Ibarbourou, sono stati tradotti in diverse lingue, contribuendo a formare preziose raccolte di poesie ispanoamericane. Appartenne a quella che è chiamata la Generaciòn del 45, assieme a letterati del calibro dello scrittore Mario Benedetti, anche lui ottantottenne, anche lui in stato di salute critico.
Lo stesso giorno in cui moriva Idea, infatti, Benedetti era già stato ricoverato per problemi simili, dolori all’intestino, all’ospedale Imapasa di Montevideo. Quella di Benedetti è una malattia infettiva cronica di cui soffre da tempo e che lo ha costretto ad un ricovero nello stesso ospedale già due volte l’anno passato. Autore di circa ottanta libri di poesie e racconti, saggi e copioni, ricevette premi internazionali quali il Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana nel 1999, il Premio Iberoamericano José Martí nel 2001 e il Premio Internacional Menéndez Pelayo nel 2005. Nello scorso mese di agosto era stata presentata la sua ultima opera editoriale, Testigo de uno mismo, mentre in queste settimane stava completando il suo nuovo lavoro intitolato Biografía para encontrarte. Mercoledì scorso, sei maggio, lo scrittore Mario Benedetti è stato dimesso dall’ospedale dopo che i medici hanno dichiarato che ha risposto in maniera ottima al trattamento somministratogli e le sue condizioni sono lucide e stabili. La comunità letteraria internazionale si è mobilitata grazie ad una iniziativa della Fundación José Saramago, scaturita da una idea di Pilar del Río, moglie dello scrittore portoghese premio nobel della letteratura, ripresa nel suo blog dalla giornalista del quotidiano argentino Clarin, Patricia Kolesnicov. L’iniziativa ha raccolto da tutta l’area geografica iberoamericana messaggi di amicizia e attestati di animo e stima per lo scrittore. Che sia stato questo ad aver contribuito al miglioramento delle condizioni di salute di Mario Benedetti? Comunque sia, l’autore di questo blog si somma a quel milione di messaggi giunti per lui da ogni parte.

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