Viaggio in Guatemala. Le scoperte nella città preclassica di El Mirador rimettono in discussione la storia Maya raccontata finora (IV)

Con questo quarto ed ultimo post si conclude lo speciale sui siti archeologici Maya che ritengo più interessanti tra quelli rinvenuti in Centro America. Nella prima puntata siamo partiti dal Belize settentrionale per arrivare nel sud del Guatemala; nella seconda parte siamo tornati in Belize, mentre nella terza abbiamo visitato il Sud del Messico e il Guatemala settentrionale. Al termine della terza parte scoprivamo, inoltre, i nomi di alcuni piccoli paesi realizzati proprio in Guatemala dai Maya del periodo preclassico. Questo arco di tempo è stato finora poco studiato dagli storici, molto concentrati invece sul periodo classico. Nuove scoperte però stanno instillando nelle menti degli addetti ai lavori il dubbio che la storia Maya raccontata finora sia incompleta. Se l’epoca d’oro è quella del VII secolo dopo Cristo, oggi stanno emergendo prove che nel periodo storico vicino all’anno zero vi fosse già una struttura gerarchica e statale consolidata.
Tra i siti archeologici più interessanti per verificare tale ipotesi c’è El Mirador, uno spazio ampio duecentoquarantamila ettari, nascosto nella giungla del Petèn e lontano dalle solite rotte turistiche. El Mirador raggiunse una certa importanza tra il III secolo a. C ed il II secolo d. C. ed è uno dei più antichi centri Maya mai scoperti. Si crede che la sua costruzione sia iniziata nel X secolo a. C. Ad oggi conserva i palazzi più grandi mai rinvenuti, persino più alti di quelli della più nota Tikal. Ci sono prove che i Maya di El Mirador avessero sviluppato tecniche agricole, di scrittura, di osservazione astronomica e di calcolo matematico. Gli edifici erano ricchi di fregi e decorazioni che possiamo ammirare ancora oggi nella loro sontuosità visitando la piramide alta settanta metri chiamata “Struttura trentaquattro” o “El Tigre”. Per entrarvi si percorre una ampia scalinata con gradini regolari, circondata sui due lati da grandi zampe e maschere di giaguaro scolpite nella roccia. Niente a che vedere con le strette e irregolari scalinate del periodo classico. Si pensa che per costruirla abbiano portato con la sola forza delle braccia i massi grezzi sul posto e che li abbiano lavorati singolarmente con attrezzi di pietra. Le pareti sono ricoperte di calce e dipinte di rosso con polvere di ematite. Non esiste un edificio del periodo classico altrettanto grande. Questa piramide fa parte del complesso di edifici chiamato La Danta, vasto diciotto ettari che costituisce il punto più alto della città e dell’intero mondo Maya, da cui è possibile osservare le zone circostanti. Nei dintorni si distinguono le città, anch’esse preclassiche, di Xulnal, Wakua, Nakbe, La Florida e El Tintal. Tutte erano unite da strade che facilitavano i commerci e gli scambi, segno della volontà dei Maya preclassici di voler costituire un’entità statale organizzata. Per gli storici è questa la grande novità.
La struttura degli edifici del preclassico è peculiare e chiamata “triade”. Costruivano tre edifici, due più bassi al lato posti uno di fronte all’altro e uno più imponente al centro. Le decorazioni rinvenute e El Mirador raccontano la storia, le date e i nomi dei sovrani che vi regnarono. Ciò sta portando gli storici a riscrivere parte dello sviluppo della civiltà Maya, arretrandone l’inizio di alcuni secoli. Una grande scoperta è molto recente. Il sette marzo 2009 il dottor Richard Hansen, archeologo statunitense a capo di un gruppo di ricerca guatemalteco, ha mostrato alla stampa un bassorilievo, scolpito tra il 300 ed il 200 a. C., lungo tre metri e alto quattro, raffigurante il mito della creazione narrato nel libro sacro dei Maya: il Popol Vuh. L'archeologo che da anni studia il sito di El Mirador ha spiegato come nella scultura si possano vedere i due figli del Dio del Mais nuotare nelle acque dello Xibalba, portando con loro la testa del padre.
Sotto la piramide di "El Tigre" si sta scavando. Il tunnel è stretto, alto appena un metro e venti e molto caldo. Il muro portante è costituito da larghe pietre calcaree del peso di quattrocentocinquanta chilogrammi. Nuove scoperte possono venire dalla sua esplorazione.
Visto che la regione circostante è abbastanza inospitale viene da chiedersi come abbiano potuto ottenere le risorse di cibo necessarie per sfamale una popolazione stimata attorno alle ottantamila unità. La risposta potrebbe arrivare dalla palude della Carmelita, distante sessantacinque chilometri e ricca fonte di melma che fungeva da fertilissimo concime per i campi. Garantiva la coltivazione di grano, peperoncino, fagioli e altri legumi. Attorno alla città sono state rinvenute tonnellate di questa melma, che veniva estratta a mano dal fondo della palude e trasportata in ceste fin nei campi. Ancora oggi i contadini di Carmelita la utilizzano. El Mirador fiorì fino al 200 d. C., momento in cui venne abbandonata dagli abitanti che si rifugiarono nei paesi circostanti. Le cause dell’abbandono sono sconosciute. Una delle ipotesi è quella della deforestazione di ampie parti attorno la città che ha portato ad un improvviso impoverimento dei campi e ad un dissesto geologico.
Intanto si continua a scavare a El Mirador, così come in diverse località della zona affinchè i bistrattati Maya del periodo preclassico tornino a mostrare quanto di maestoso avevano realizzato.

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