I rapporti con Cuba, denominatore comune tra l'assemblea dell'Alternativa Bolivariana para America e la V Cumbre de las Americas

La scorsa settimana due riunioni, una in Venezuela, l’altra a Trinidad e Tobago, hanno accaparrato l’attenzione dei grandi media internazionali. Giovedì scorso in Venezuela i paesi componenti la Alternativa Bolivariana para las Américas (Alba), con Cuba invitata d’eccezione, hanno stilato la loro dichiarazione finale. Nel testo hanno sottolineato l’urgenza di togliere l’embargo economico che grava sull’economia cubana. Il presidente boliviano Evo Morales ha presentato una bozza di documento che poi ha proposto anche alla Assemblea degli stati Americani, svoltasi a Port of Spain, in cui si auspica la libertà per tutti gli stati del mondo di commerciare con l’isola dopo quarantasette anni di bloqueo. Morales ha inoltre auspicato l’ingresso di Cuba nella Organización de los Estados Americanos (OEA). Fidel Castro, però, pochi giorni prima aveva dichiarato che il suo governo non ha intenzione di chiedere l’ingresso nell’OEA. Suo fratello Raul, durante l’assemblea venezuelana ha chiaramente aggiunto che essa dovrebbe sparire. Nella riunione dell’ALBA, che raggruppa Cuba, Bolivia, Venezuela, Honduras, Nicaragua, Paraguay, Dominica e il neo membro, l’arcipelago caraibico San Vincent & The Grenadines, si è addirittura parlato di moneta unica. Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha anticipato che El Sucre potrebbe entrare in circolazione nell’anno 2010. L’Ecuador era presente come stato osservatore rappresentato dal Ministro degli esteri, Fander Falconi.
L’attenzione a Cuba è stato il minimo comune denominatore tra la assemblea dell'ALBA e l’altra, più mediatica assemblea: quella degli stati americani. Qui Cuba non era invitata in quanto il paese è stato espulso nel 1962, a causa della carenza di democrazia del regime castrista. Questa Cumbre de las Américas è stata la quinta in quindici anni, poichè la prima edizione data 1994. Nei discorsi d’apertura ha visto alcuni presidenti rivolgersi direttamente alla grande assente. La presidentessa Cristina Fernandez, ha sintetizzato un concetto: “Togliere l’embargo a quella che ha definito la hermana republica de Cuba non è una meta posta al termine di un cammino, bensì una precondizione per l’incipit di una nuova era nei rapporti internazionali del continente americano. C’è da crederle se perfino un capo di stato di destra come il messicano Felipe Calderon, durante la recente visita di Obama a Ciudad de Mexico, gli ha candidamente suggerito di riflettere sull’utilità di un embargo che considera inutile. Concetto che si unisce alle parole pronunciate da Hillary Clinton nella visita in Repubblica Dominicana, con le quali definiva un disastro la politica statunitense verso Cuba degli ultimi anni. Anche altri capi di stato hanno inaugurato la V Cumbre de las Americas con riferimento a Cuba. Daniel Ortega per il Nicaragua, Dean Barrow per il Belize e l’anfitrione Patrick Manning per Trinidad hanno concordato che l’embargo vada abolito e Cuba reintegrata nell’OEA senza condizioni. Pur concordando nel contenuto, personalmente ritengo che Ortega abbia superato il limite nell’affermare: "No me siento cómodo en esta cumbre, siento vergüenza de estar participando en esta cumbre. Me niego a llamarla cumbre de las Américas".
Un merito della riunione è stato il riavvicinamento Caracas-Washington. Oltre il siparietto mediatico, ripreso da molte televisioni e giornali tra Chavez, Obama per la consegna del libro di Eduardo Galeano “Le vene aperte dell’America Latina” (1971), c’è stata la nomina del neo ambasciatore venezuelano negli U.S.A., l’ex Ministro degli Esteri, Roy Chaderton Matos. Questi è stato in passato ambasciatore nel Regno Unito, Colombia, Francia e Messico. Obama dal canto suo ha mantenuto un profilo modesto, rispettando la parola data previamente al vertice: “Vengo per ascoltare e conoscere”. Nel discorso finale ha annunciato poi un nuovo inizio nelle relazioni con l’ex patio trasero.
L’ultimo dato che voglio sottolineare, e che mi sembra essere passato un po’ in ombra, riguarda i rapporti bilaterali Ecuador-Colombia. Il presidente Rafael Correa ha detto, sabato sera, che non normalizzerà i rapporti bilaterali finchè la Colombia non accetterà due condizioni: la prima è la restituzione di tutto il materiale militare sequestrato dall’esercito colombiano dopo l’attacco all’accampamento delle Farc sito nel suo territorio, avvenuto il primo marzo dell’anno scorso. La seconda è la messa in sicurezza della frontiera comune. Correa ha sottolineato come il lato ecuadoriano sia pattugliato da tredici distaccamenti militari, mentre il colombiano solo da tre. “Uribe ha detto che invierà nuovi uomini, vediamo se terrà fede alla promessa”, ha detto chiaramente Correa. Esiste in verità un’altra condizione, che non ha nominato: la richiesta di risarcimento per la famiglia di un cittadino ecuadoriano morto nel bombardamento. Altro problema comune ai due paesi è il bisogno di attenzioni e cure alle migliaia di colombiani che passano la frontiera per sfuggire alla violenza dei paramilitari, dell’esercito e delle guerriglie che protagonizzano il conflitto in Colombia.
Ma le foto non bastano. Stucchevole il risalto dato alla stretta di mano tra lui e Chavez, e alle parole “Voglio essere tuo amico”, pronunciate da quest’ultimo. Una notizia che non è una notizia, come ha scritto intelligentemente nel suo blog l’amico Piero Armenti. Dopo le discussioni, sui modi di combattere il narcotraffico, sulla situazioni di molti indocumentados centroamericani, messicani e salvadoregni in primis, residenti negli U.S.A., servono i fatti concreti. Prove che le frasi “un nuovo inizio”, “voglio essere tuo amico” e “siamo disposti al dialogo con gli Stati Uniti su tutto ciò di cui vorranno parlare”, non siano solo parole vuote e di circostanza.

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