Dall'assemblea di Viña del Mar al G-20 di Londra: le opinioni della presidentessa argentina Cristina Fernandez sull'attuale crisi economica

Il ventisette marzo a Viña del Mar, circa duecento chilometri a ovest di Santiago del Cile, si è svolta la Cumbre de Lideres Progresistas a cui hanno partecipato oltre alla padrona di casa Michelle Bachelet, Gordon Brown per la Gran Bretagna, Josè Luis Zapatero per la Spagna, il vicepresidente statunitense Joseph Biden, il leader brasiliano Luis Ignacio Da Silva, l’uruguaiano Tabarè Vazquez, il norvegese Jens Stoltenberg e la presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner. La riunione, svoltasi a cinque giorni di distanza dal G-20 di Londra, aveva lo scopo di fornire una risposta progressista all’attuale crisi economica globale. A questa sesta edizione, la prima organizzata in America Latina, hanno assistito anche circa duecento intellettuali e amministratori locali. In un momento storico in cui sta crollando la fiducia verso il mercato economico selvaggio e verso un neoliberismo privo di regole, è necessario che i governi di sinistra forniscano ricette concrete, popolari ma non populiste. Il mondo affronta oggi una polifacetica sfida, che somma la recessione economica, la crisi finanziaria, il cambio climatico e la mancanza di una leadership internazionale alla sfiducia diffusa di risparmiatori e investitori verso il sistema finanziario.
A Viña del Mar, la padrona di casa e presidentessa cilena Michelle Bachelet, ha messo in chiaro che, oltre alle misure in campo nazionale, i cittadini si attendono che i vari governi lavorino uniti per far fronte alla recessione mondiale. Il capo di stato argentino Cristina Fernandez, nel suo intervento ha ricordato che la crisi ha avuto origine negli Stati Uniti e che la presenza alla riunione del vicepresidente statunitense Biden denota che siamo di fronte ad un cambio inedito. Argentina purtroppo è il paese che nel 2001 ha sperimentano sulla propria pelle la privatizzazione di tutte le risorse strategiche nazionali, la demonizzazione dello stato, visto come un pessimo amministratore e dell’intervento statale quale cattivo strumento per l’economia. Ciò causò una implosione del sistema finanziario simile a quella che oggi si vive nelle principali economie mondiali. Dagli anni novanta ad oggi le economie latinoamericane sono cresciute, ma bisogna stare attenti, ha avvertito Fernandez: ciò non significa che ogni tipo di crescita sia positiva. Lo è solo se il progresso arriva alle fasce più indigenti del paese e alla sua classe media, contribuendo a migliorarne la qualità della vita. Inoltre deve creare posti di lavoro qualificati e stabili. Oggi dunque, ha proseguito Fernandez, servono cambi strutturali nell’economia, perché è chiaro che non ha fallito solo il neoliberismo, ma anche il funzionamento degli organi multilaterali. L’esplicito riferimento è al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione Mondiale del Commercio. In particolare, Fernandez ha sottolineato come le regole valgano solo per gli stati più piccoli e con meno voce e peso internazionale, i quali, al violarle, vengono sanzionati. Agli altri, i più forti, al contrario, non accade nulla. Questo rappresenta un problema sul piano internazionale. A Londra dobbiamo ottenere risultati concreti e strutturali che regolino il mercato finanziario e che la società percepisca come collegati alla loro vita quotidiana. Ad esempio la possibilità per chi ha perso il lavoro di riottenerlo, e per chi lo ha di non perderlo. A fronte di fabbriche ed imprese che chiudono, i cittadini si stanno chiedendo perché lo stato non intervenga a prestare il denaro direttamente all’azienda per permettergli di pagare gli stipendi evitando quindi di ricorrere ai licenziamenti. So benissimo ha stigmatizzato Fernandez, che ad alcuni governi di diverso orientamento politico, questi ragionamenti facciano venire la pelle d’oca, ma credo che in questa prima parte della crisi lo stato debba avere un ruolo più attivo e partecipativo del solito. Al momento il mercato è al tappeto e lo stato dovrebbe intervenire sia verso le imprese che verso i cittadini, anche con aumenti di salari e stipendi per far ripartire i consumi. Di fronte a grandi e inediti problemi urgono grandi e inedite soluzioni. È giusto che il governo incentivi le aziende a produrre e ad esportare il surplus all’estero, ma è necessario altresì dare la possibilità ai consumatori di acquistare tali prodotti che altrimenti resteranno invenduti. È inutile produrre se non c’è mercato. Allo stesso modo, ha continuato Fernandez, è necessario che il cittadino non abbia paura di perdere il posto di lavoro, perché questo timore lo spingerebbe a ridurre i consumi.
Questa settimana a Londra, dopo la riunione del G-20, la presidentessa argentina è tornata sul tema economico, spiegando che la distruzione dei posti di lavoro è stata causata dalla deregolazione dei mercati e dalla impossibilità per lo stato di intervenire. Implicitamente, secondo Fernandez, questo incontro ha messo in luce come il liberismo abbia fallito. Parlare della regolazione dei fondi e della maggiore trasparenza dei paradisi fiscali significa ammettere il fallimento delle teorie secondo cui il mercato economico e finanziario non necessita di regole. Vedere giovani rompere le vetrate della Royal Bank of Scotland, ha aggiunto Fernandez, mi ha causato un flash-back. Mi ha ricordato la Buenos Aires del 2001: è il segno della mancanza di fiducia nel mercato e dell’idea che esso non sia in grado di aiutare l’economia reale. È necessario che il credito arrivi attraverso canali di trasmissione alle imprese e ai consumatori, per stimolare la domanda globale di beni e servizi. Infine, ha sintetizzato Fernandez, io non credo che coloro che hanno generato la attuale situazione di crisi non possano essere gli stessi che vengano a spiegarci come uscirne. È una questione di logica, ha concluso.
Peccato, aggiungo io, che a questa logica conclusione non tutti riescano ad arrivare.

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