La prima volta non si scorda mai. Funes porta il FMLN alla presidenza del Salvador in una domenica da consegnare alla storia

(Continua dal post precedente) Da circa vent’anni è terminata la guerra civile durata un decennio nello stato centroamericano di El Salvador. Ad affrontarsi in quel periodo erano l’estrema destra, rappresentata dal partito fino ad ora di governo, Alianza Repubblicana Nacionalista (Arena) e la guerriglia di sinistra Frente Farabundo Martì para la Liberaciòn Nacional. In questo frattempo la allora guerriglia si è costituita come partito politico ma nelle ultime tornate elettorali ha sempre perso. Lo scontro si è ripetuto domenica scorsa nei seggi, a colpi di scheda elettorale e matita. Da oltre un anno i sondaggi davano il candidato del Frente Farabundo Martì para la Liberaciòn Nacional, Mauricio Funes, con serie possibilità di vittoria sul rivale Rodrigo Avila. Ciò ha spinto il partito governante, Arena, a portare avanti una campagna elettorale priva di contenuti e basata solo sulla diffusione del panico e della paura. Si è arrivati all’equiparazione Funes-Chavez e a dire che, in caso di vittoria di Funes il paese sarebbe divenuto comunista. In realtà quelli che davvero avevano paura erano loro, quelli di Arena. Paura di perdere il potere assoluto, non solo in parlamento e nelle amministrazioni locali, ma anche nel monopolio dell’informazione e nell’assegnazione di appalti pubblici. Testate come El Diario de Hoy, La Prensa Gráfica e Telecorporación Salvadoreña (TSC), sono da molti ritenuti puri megafoni del partito di governo e del presidente Elias Antonio Saca, acritici verso qualsiasi cosa faccia o abbia fatto Arena. Il messaggio dato dal candidato Rodrigo Avila è stato: “Se vincono i comunisti venderanno il paese a Hugo Chavez”. Ha inoltre puntato molto l’attenzione sul fatto che il vice del moderato Funes, fosse un ex comandante guerrigliero, Salvador Sánchez Cerén, rappresentante dell’ala dura del partito. Il volto del presidente venezuelano Hugo Chavez è stato un fantasma che ha aleggiato nella campagna elettorale, in tv e nei manifesti sempre più insistentemente. Secondo uno studio presentato ai media e intitolato "Memoria de una Campaña Sucia", dal primo febbraio al sette marzo 2009 sui sei canali televisivi nazionali sono andati in onda ben 2852 spot elettorali tesi a mostrare in termini negativi il presidente Chavez, paragonandolo a Funes. Questo perché la compagnia statale venezuelana Petroleos de Venezuela, fornisce combustibile a prezzi inferiori a quelli di mercato ai comuni governati dal FLMN.
Da parte sua, il FMLN ha visto decrescere il proprio vantaggio con l’appropinquarsi delle elezioni. Ad ogni sondaggio, sfumavano alcuni voti e quella che avrebbe dovuto, fino a pochi mesi fa, essere una formalità, si è andata via via trasformando in sfida vera. Le parole d'ordine per la ex guerriglia sono state "cambio" e "speranza". Negli ultimi giorni, però, il FMLN ha fatto circolare dei volantini in cui accusava previamente il partito governante Arena di brogli. In caso di vittoria di misura di Arena, recitavano i volantini, ciò si dovrà alle illegalità commesse nei seggi dal partito governante e dal controllo che esercita sul Tribunal Supremo Electoral (TSE). In Salvador sono due i giorni di riflessione previ alle elezioni nei quali non si può svolgere alcuna attività di propaganda. Quest’anno, col consenso del TSE, la caccia al voto è durata fino alla mezzanotte del sabato. Lo scontro è stato tanto intenso che alcuni industriali, evidentemente pro-Arena, hanno minacciato i propri impiegati di chiudere le fabbriche, abbandonare il paese e lasciarli senza lavoro se avesse vinto la ex guerriglia. Questo messaggio ha avuto forte eco, in un Salvador ammorbato dalla disoccupazione, dall’aumento della povertà, da evidenti disuguaglianze sociali, da una violenza e una microcriminalità in crescita. Per alcuni giovani la sola soluzione è l’emigrazione: oltre due milioni e mezzo di salvadoregni vivono all’estero, la maggior parte negli U.S.A. La seconda fonte d’ingresso economico per il piccolo stato sono proprio le remesas degli emigranti, che rappresentano il 17% del PIL. Con la crisi economica attuale, però, anche le quantità di denaro inviato alle famiglie sta calando, secondo i dati pubblicati recentemente dal Banco Interamericano de Desarrollo (BID). La previsione valenon solo per il Salvador ma per tutti i paesi.
Funes, quarantanove anni, ex corrispondente della CNN e intervistatore di Canal 12, definito il giornalista che ha smesso di essere indipendente, indossa camicie bianche, in luogo delle rosse tradizionali. Ha sempre dichiarato di ispirarsi al brasiliano Lula e alla cilena Bachelet e che gli Stati Uniti avrebbero continuato ad essere il principale partner economico del paese. Col 51,27% delle preferenze, domenica ha conquistato la vittoria e la Presidenza della Repubblica, per la prima volta nella storia del paese. Arena si è fermata al 48,73%. L'astenzione ha sfiorato il 40% del censo elettorale. Alle nove e quindici della sera, indossando una giacca scura su camicia bianca a righe è entrato nella sala conferenze dell’hotel della capitale, San Salvador, da dove aveva seguito la giornata elettorale. In quel momento, con l’ottanta percento dei voti scrutinati, il TSE lo aveva appena proclamato presidente col 51% delle preferenze. Un risultato comunque al di sotto delle aspettative. Le sue prime parole sono state: “Grazie al popolo salvadoreño, oggi divengo ufficialmente il primo presidente di sinistra regolarmente eletto”. Accompagnato da sua moglie, Vanda Pignato, e dal suo vice, Salvador Sánchez Cerén, con voce emozionata, ha affermato che non ci saranno ripicche né vendette, e che da oggi deve iniziare a diffondersi un sentimento di speranza e riconciliazione. Per questo motivo ha invitato tutte le forze politiche e sociali alla costruzione di un nuovo Salvador. Integrazione centroamericana, rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti e politica estera indipendente dalle ingerenze di paesi terzi, sono stati tre dei punti trattati nel suo primo discorso, in quella che ha definito la più bella domenica della sua vita. Nel suo intervento ha ricordato anche Monseñor Oscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di San Salvador, icona dei diritti degli esclusi e delle classi meno abbienti, ucciso dai paramilitari nel 1980 .
Il quindici marzo 2009 è quindi una data storica, che mette fine a vent’anni di ininterrotto dominio di Arena, iniziato nel 1989 con la vittoria di Alfredo Cristiani. Il comportamento del candidato di Arena, Avila, che ha subito riconosciuto la sconfitta, e quello dei cittadini, che hanno festeggiato e tollerato i festeggiamenti senza alcun problema di ordine pubblico sono il miglior punto di partenza per consegnare i proiettili, volati anche durante questa campagna elettorale, definitivamente ai libri di storia.
Ma per Funes la vittoria elettorale di domenica non è quella definitiva. Ora arriva un’altra sfida, meno pubblicizzata, meno cruenta ma non meno importante. Quella che dovrà portarlo a conquistare la fiducia dell’ala radicale del FMLN che ancora lo guarda con diffidenza, definendolo un borghese per i modi e per il linguaggio. Funes rappresenta una sinistra moderata all’interno di un partito senza dubbio estremista. Come estremista, ma di destra, è stata la politica portata avanti negli ultimi due decenni da Arena: il partito ha creduto che la pessima gestione dello stato da parte di quel pessimo presidente che è stato Elías Antonio Saca, che le proprie divisioni interne, che l’utilizzo della polizia e delle forze dell’ordine con una mano dura che spesso ricorda i famigerati “squadroni della morte”, gli avrebbe comunque permesso di vincere per l’ennesima volta. Non è stato così.
Potrà sembrare strano a noi, abitanti di una repubblica italiana in cui i partiti fioriscono e sfioriscono più velocemente delle legislature, ma in Salvador non c’è spazio per partiti intermedi né modo di moderare i due colori: il rosso del FMLN e il blu di Arena, tentando di renderli meno vivaci. I risultati elettorali evidenziano due cose: che il paese ha scelto il cambio, la svolta a sinistra, come già recentemente fatto dal Guatemala e dal Paraguay; che l’elettorato è ancora fortemente spaccato in due. Ma la speranza è stata più forte della paura.

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