Elezioni in Salvador: dopo le celebrazioni della vittoria, l'interrogativo è ora posto sulle prime scelte che compirà Mauricio Funes

(Continua dal post precedente) Una delle immagini più trasmesse dalle televisioni e pubblicate dai periodici del Centromerica vede Mauricio Funes con in mano una t-shirt bianca con la scritta: “la vittoria è di tutti”. Tre giorni dopo la conquista della presidenza della nazione con 1.349.142 voti, inizia a delinearsi il quadro delle scelte del nuovo presidente. Il tipo di rapporto che intratterrà con tre stati chiave: gli Stati Uniti, maggior partner commerciale del Salvador, il Venezuela, principale fornitore di petrolio, il Brasile, gigante emergente della geopolitica latinoamericana; importante anche la necessità di una integrazione regionale centroamericana; relativamente alla politica interna, particolarmente sentito è il tema della riconciliazione nazionale, del perdono che lo stato deve chiedere alle vittime di decenni di abusi di potere e di come governare in tempo di crisi economica globale. Pochi giorni prima delle elezioni, Funes, aveva dichiarato che nella diatriba tra Venezuela e Stati Uniti, il suo esecutivo non avrebbe parteggiato per nessuno dei due stati. La sua concezione di sinistra è moderna e realista. Vuole migliorare l’immagine che El Salvador ha negli Stati Uniti. Per questo ha iniziato una serie di incontri e studi con Tomas Shannon, segretario di stato U.S.A. per l’America Latina, in cui abbordare i problemi principali. Primo fra tutti quello della sicurezza, alimentata dalla grande povertà presente in alcuni settori della società dei paesi centroamericani, Salvador incluso, che genera flussi migratori all’interno dei quali le organizzazioni criminali infiltrano i propri uomini. I salvadoregni che lavorano negli Stati Uniti, per lo più nella manodopera, spediscono a casa dai familiari una quantità di denaro pari al 17% del PIL, cioè venti di ogni cento dollari che circolano nell’economia del paese. Il rapporto con gli Stati Uniti rischia però di condizionare la politica estera di Funes più di quanto si dica. Infatti pochi giorni prima delle elezioni, a domanda di un giornalista messicano, Funes rispondeva che se un accordo con un qualunque paese mettesse a rischio il concordato migratorio con gli U.S.A. non lo firmerebbe. Inevitabile non correre col pensiero al Venezuela e all’accordo denominato ALBA (Alternativa Bolivariana para las Americas) a cui aderiscono anche un paio di corregionali di Funes: il Nicaragua di Daniel Ortega ed l’Honduras di Manuel Zelaya. Proprio col paese di Hugo Chavez ha intenzione di stabilire una cooperazione che parta dall’ambito sociale e dal sistema sanitario. Un esempio è stata l’Operaciòn Milagro, che ha ridato o corretto la vista a cinquemila salvadoregni. Questo non prima di aver posto in marcia un progetto di integrazione centroamericana che permetta alla regione di avere peso nella politica internazionale. Relativamente alla pacificazione necessaria dopo gli ottantamila morti generati dalla guerra civile degli anni ottanta, tra le cui vittime figura anche suo padre Roberto, il neo-presidente ha garantito che non ci saranno vendette. El Salvador va distinto dal resto di stati che hanno vissuto guerre civili e nei quali si sono svolti processi, in quanto attualmente è privo della necessaria preparazione istituzionale e del giusto clima per poterli svolgere. Come esempio ha portato la strage di gesuiti della Compañía de Jesús, avvenuta nel 1989 , della quale è necessario conoscere gli autori intellettuali oltre a quelli materiali. Lo stato deve chiedere scusa per i gravi atti che hanno violato i diritti umani e le vittime devono essere libere di reclamare giustizia. Ma ciò spetta al potere giudiziario, non al presidente. Per questo spinge verso una chiara separazione dei poteri. Funes, al momento di candidarsi sapeva che gli sarebbe toccato governare in tempo di crisi e recessione globale, e in campagna elettorale non ha mancato di riunirsi due volte in Messico con alcuni milionari con forti investimenti in Salvador, come Carlos Slim. Al termine degli incontri ha sottolineato come gli imprenditori abbiano perso la tradizionale paura verso la sinistra e la guerriglia e hanno garantito che continueranno ad investire anche con il FMLN al potere. Creare una banca per prestiti alle piccole e medie imprese, gli agricoltori e la costruzione unitamente alla lotta all’evasione fiscale che, secondo alcune stime sfiora i cinquecento milioni di dollari, saranno i suoi primi passi. Non ha intenzione di creare nuove tasse ma far pagare le esistenti. Il suo obiettivo è costruire una sinistra moderna e pochi giorni prima della domenica elettorale, Funes rivendicava di essersi riunito con Barack Obama, Michelle Bachelet, Luis Ignacio Lula (3 volte) e Rodriguez Zapatero. Il feeling con Lula deriva dal fatto che sua moglie, la brasiliana Vanda Pignato, è rappresentante in Centroamerica del Partido de los Trabajadores (PT), del presidente brasiliano. Inoltre il curatore della sua immagine è quel Joao Santana, già collaboratore di Lula. La vicinanza col presidente brasiliano quindi è tutt’altro che un caso. Tre giorni dopo l’elezione nel paese è scoppiato il dibattito: a chi assomiglierà di più Funes nella sua azione di governo: a Chavez, come vorrebbe Arena, o a Lula come vuole lo stesso Funes? Il partito sconfitto, la destra di Alianza Repubblicana Nacionalista, ha spinto molto verso l’equiparazione col presidente venezuelano, e ha peso. Arena rappresenta un forte gruppo di impresari che dominano l’economia nazionale attraverso la finanza e il commercio, l’industria e l’agricoltura. Da oggi è all’opposizione. Mercoledì mattina anche il presidente statunitense Obama ha espresso telefonicamente i suoi complimenti a Funes, anticipando la sua intenzione di incontrarlo faccia a faccia alla Cumbre de las Americas di Trinidad e Tobago in programma a metà aprile. Obama ha affermato che esistono temi comuni che devono essere affrontati da entrambi i capi di stato con rispetto e comprensione. Tra essi: l’impatto della crisi economica globale, la povertà, la necessità di nuovi posti di lavoro e la lotta al narcotraffico.

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