Colombia. Anche il politico Sigifredo Lopez è libero. E' il sesto ostaggio liberato dalle FARC in cinque giorni.

Undici aprile 2002. Uomini delle FARC entrano nel palazzo dell’assemblea legislativa della città di Cali, terza città della Colombia, nel dipartimento della Valle del Cauca. Sono travestiti da membri dell’esercito colombiano e con un falso allarme bomba fanno evacuare l’edificio. I deputati dell’assemblea vengono fatti salire in un autobus per essere scortati in un posto sicuro. Dopo pochi minuti emerge la verità. Quei falsi soldati si presentano per quello che in realtà sono: membri delle FARC. Tra i dodici sequestrati c’è anche Sigifredo Lopez. Il 28 giugno dello stesso anno, la Agencia de Noticias Nueva Colombia (ANNCOL), diffonde un comunicato che parla della morte di undici dei dodici prigionieri. Questa sarebbe avvenuta il diciotto giugno, in seguito ad uno scontro a fuoco con un gruppo non identificato che avrebbe attaccato l’accampamento in cui erano trattenuti. Sigifrido Lopez è l’unico superstite perchè in quel momento non era con i suoi compagni. I corpi sono stati riconsegnati alle famiglie. I contorni della vicenda non sono mai stati definiti. Resta da capire chi fosse il gruppo che ha attaccato l’accampamento e perchè Lopez si trovasse in quel momento in un luogo diverso.
Ieri è stato liberato unilateralmente dalle FARC. Il quarantacinquenne avvocato è arrivato con un elicottero militare, prestato del governo brasiliano e con insegne della Croce Rossa Internazionale, all’aereoporto "Alfonso Bonilla Aragón" di Palmira, dopo che i componenti la missione umanitaria guidata da Piedad Cordoba lo avevano raccolto in un punto non meglio precisato della costa del Pacifico a sudovest del paese. Al vederlo scendere dal mezzo i suoi due figli gli sono corsi incontro abbracciandolo, seguiti dalla moglie. Sul posto erano presenti anche familiari delle vittime, uno dei quali si augurava che le dichiarazioni di Lopez possano sciogliere i dubbi sull’episodio della morte degli undici sequestrati. Ieri, poco dopo la liberazione, in una conferenza stampa Lopez ha iniziato a descrivere alcuni particolari. Il fatto è accaduto alle 11.30 di un soleggiato mattino del diciotto giugno 2007. Lui aveva risposto male ad uno dei suoi carcerieri. Così era stato separato dal resto dei sequestrati e incatenato ad un albero oltre una muraglia di palme. D’un tratto udì un paio di colpi d’arma da fuoco seguiti da raffiche di mitra e grida. Si buttò a terra sperando fosse l’esercito colombiano che era venuto a liberarli. Ascoltò una voce dire “Non lasciateli fuggire!”. Poi il silenzio. Minuti dopo due guerriglieri col volto scosso lo presero e lo trasportarono, incatenato, in un altro accampamento dicendogli che i suoi compagni erano fuggiti. Seppe del massacro pochi giorni dopo dalla radio, lui come il resto del paese. Capì che erano stati uccisi dagli stessi guerriglieri delle FARC, per questo, ha concluso Sigifredo perdonerò coloro che hanno dato l’ordine di ucciderli solo quando chiederanno scusa con il cuore ai figli delle vittime. Devono dirgli che i loro genitori sono morti da uomini ricchi di dignità. Alla fine si è scusato per la lunghezza delle sue risposte giustificandosi dicendo “Era da tanto tempo che non parlavo con qualcuno”.
Dopo queste dichiarazioni ha lasciato l’aeroporto per la piazza principale di Cali, vicino il palazzo dove fu rapito: quello della Asamblea del Valle. Qui ha detto che quanto è avvenuto è una ferita difficilmente rimarginabile per il paese. Ha sottolineato come lo scambio umanitario, il dialogo e la tolleranza sia il modo per riportare la pace in un paese in cui è routine “satanizar al opositor”. Alle sue parole si sono sommate ieri a quelle di Luis Eladio Perez, anch’egli ex prigioniero della guerriglia, liberato l’anno passato che si chiedeva a cosa sia valso alle FARC rubare anni di vita ai sequestrati. Altri ventidue militari stanno ancora ammuffendo nella selva, ha aggiunto l’altro ex sequestrato Alan Jara. L’ex governatore della regione del Meta di cinquantuno anni, liberato martedì, è apparso pallido, dimagrito ma col sorriso sulle labbra, mentre scendeva dall’elicottero che lo ha riportato in libertà. È atterrato a Villavicencio. L’ ONG Colombianos por la paz ha inviato una nuova lettera a Jorge Briceño, alias El Mono Jojoy, per convincerlo a liberare altri sequestrati. Si attende la presa di posizione del massimo comandante della guerriglia, Alfonso Cano.
L’opinione prevalente dei giornalisti presenti in Colombia per assistere alla annunciata consegna degli ostaggi pensano che l’intento delle FARC sia riguadagnare credibilità internazionale dopo i recenti colpi subiti dall’Esercito colombiano e arrivare ad uno scambio di prigionieri che riporti in libertà i loro compagni attualmente in carcere. La liberazione degli ostaggi non è un atto umanitario ma un gesto politico. Il governo di Alvaro Uribe si è sempre rifiutato di percorrere la strada del dialogo nel timore di sembrare troppo accondiscendente con la guerriglia. Ha scelto invece la linea militare, la linea dura. Nei prossimi giorni si attendono nuovi particolari, nuove interviste, nuove dichiarazioni sia da parte di Alan Jara che di Sigifredo Lopez.

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