Saranno processati in Spagna, dalla Audiencia Nacional, i 14 militari dell’Ejercito de El Salvador responsabili nel 1989 della strage della UCA

San Salvador, giovedì 16 novembre 1989, 3 del mattino. La guerra civile nel paese dura da una decina d’anni. Da un lato la criminale gestione del potere del presidente Alfredo Cristiani; dall’altra la guerriglia del Frente Farabundo Martì para la Liberaciòn Nacional. Un manipolo di soldati dell’esercito di El Salvador entra nella Universidad Centroamericana di San Salvador (UCA). Obiettivo: sparare a tutto ciò che si muove. Colpi di mitragliatrice e fucili d’assalto automatici risuonano nel cortile della UCA. Sul terreno restano i corpi del rettore, il gesuita spagnolo Ignacio Ellacuría, e di altri cinque professori, tutti gesuiti. Oltre a loro due collaboratrici dell'università: Elba e sua figlia Celina, di quindici anni. E' la strage della UCA.
L’operazione era stata pianificata dalla Direccion Nacional de Intelligencia (DNI) del governo guidato da Alfredo Cristiani e godeva dell’assistenza della CIA, secondo quanto riportato da quotidiani U.S.A., come il San Francisco Examiner. In una riunione tenutasi la mattina stessa del 16 novembre, poco dopo la strage, membri della DNI e della CIA applaudirono al successo dell’azione militare. Il capitano dell’esercito, Carlos Fernando Herrera Carranza, in tale riunione dichiarò che la versione ufficiale da fornire alla stampa era questa: Ignacio Ellacuría era morto perchè aveva opposto resistenza all’arresto. Alcune fonti vicine alla CIA hanno, in seguito, negato la presenza di loro uomini alla riunione. Il rettore Ignacio Ellacuría, e altre 4 vittime, Ignacio Martín-Baró, Segundo Montes, Juan Ramón Moreno e Amado López erano di nazionalità spagnola. Per questo, il 13 novembre 2008, 19 anni dopo la strage, due associazioni, la Asociación pro Derechos Humanos de España e il Centro di Giustizia e Responsabilità di San Francisco, negli U.S.A., hanno chiesto che l’allora presidente Cristiani fosse giudicato in Spagna dalla Audiencia Nacional di Madrid. Questa ha la competenza per giudicare i delitti di genocidio avvenuti all’estero. Sul caso indaga il giudice Eloy Velasco.
I fatti del novembre 1989, ricadono nella fattispecie dei crimini contro l’umanità e del terrorismo di stato. Alfredo Cristiani è accusato di aver acconsentito alla strage e, in seguito, di aver coperto i militari responsabili. Inoltre occultò informazioni sull’avvenuto, non fece partire una adeguata indagine ma anzi ne organizzò una caratterizzata da palesi e gravi irregolarità, vizi procedurali e formali. In Salvador nel 1993 sono state approvate la Ley de Reconciliación e la Ley de Amnistía, che garantiscono l’amnistia e l’impunità a tutti i partecipanti del massacro i quali vissuto tranquillamente in libertà. Oltre a Cristiani sono indagati l’ex ministro della Difesa, Humberto Larios, René Emilio Ponce, capo dell’Esercito e delle Forze Armate del paese centroamericano, assieme ad altri membri del ministero della Defensa y Seguridad Pública e soldati del battaglione di fanteria Atlacatl.
Nel novembre scorso, dopo aver ricevuto la notizia della denuncia fatta dalle due associazioni, il presidente di El Salvador, Elias Antonio Saca, di Alianza Repubblicana Nacionalista (ARENA), ha detto che riaprire vecchie ferite non è un modo per riconciliare la società; egli si sente inoltre orgoglioso del presidente Alfredo Cristiani e lo appoggerà sempre perchè lo ritiene uomo di pace e figura storica del paese. Nello stesso mese, tra i gruppi difensori dei diritti civili circolava grande fermento e speranza. David Morales, avvocato della Fundación de Estudio y Aplicación del Derecho (Fespad), sottolineava l’importanza della richiesta, dato che ad El Salvador vige impunità.

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