Il Continente Desaparecido è ricomparso. Fermo ne è la prova. Inaugurata la mostra fotografica "Echi". (Parte II)

Sabato sei dicembre, ore diciassette, Fermo. La Sala dei Ritratti del Palazzo dei Priori di Piazza del Popolo, non è abbastanza grande per contenere la curiosità del pubblico. Tutte occupate le poltroncine, molti restano in piedi. Altri addirittura sono fuori, nell’atrio, tanta è la quantità di gente che affolla la sala. Sullo sfondo tre bandiere: quella europea, quella italiana e, al centro, quella argentina. In sala, assessori di vari orientamenti politici, giovani, amici di Giovanni, esperti e meno esperti di America Latina. Sul palco, l’assessore regionale al turismo Solazzi, quello provinciale Canigola, il presidente dei Comites Argentina, Juan Carlos Paglialunga, l’autore della mostra, Marrozzini, il sindaco, Saturnino Di Ruscio. Proprio lui è il primo a prendere la parola per fare gli onori di casa. La mostra è un omaggio agli emigrati ancora legati alle Marche, la cui nostalgia è stata colta dall’obiettivo di Giovanni Marrozzini, dice. Contribuisce a rendere consapevole chi è in Italia del sentimento che prova chi è sull’altra sponda dell’Atlantico, il cui pensiero volge sempre a Fermo, conclude Di Ruscio. Due i comunicati letti: uno del Segretario del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, l’altro della Ambasciata argentina. Entrambi esprimono complimenti e dimostrano attenzione per la mostra. Via via prendono la parola i vari politici presenti, poi parla Giovanni, raccontando le esperienze più significative, più suggestive. Narra vicende, condivide sentimenti, coinvolge il pubblico. Spiega come sono nati alcuni degli scatti in esposizione. Dopo gli inni nazionali italiano e argentino parte il filmato “Echi”. Giù le luci in sala. Si inizia con uno schermo nero e con le parole pronunciate da una voce di donna: non ne conosciamo il nome, non ne vediamo il volto. Non importa. Parla delle sue origini, dell’Italia che le manca e del periodo storico in cui è arrivata in Argentina. Parla della prima cosa che ha visto dalla balaustra della nave, arrivando nel nuovo mondo: il porto bonaerense. È tipico dei migranti che viaggiano per mare. Una delle cose che restano nella memoria è la prima immagine che si trovano davanti agli occhi: quella di un porto. La voce guida il nostro pensiero attraverso l’Atlantico poi, dopo una pausa, partono le immagini. O meglio alcune immagini, una selezione. Le parole raccontate da Giovanni si legano perfettamente alle foto e il loro valore ne viene amplificato. Ora diamo un volto a quei nomi, conosciamo l’aspetto di quelle voci. Nasce un senso di immedesimazione e al tempo stesso di familiarità. Sembra di conoscerle quelle persone e sembra cortissimo il filmato. Riaccese le luci parte naturale l’applauso e la sala è in piedi ad omaggiare quel fotografo, quell’artista e ringraziarlo delle emozioni che regala. Paglialunga è commosso, come nella conferenza stampa di martedì. Abbraccia Giovanni e ad abbracciarlo idealmente siamo tutti noi, le sue lacrime sono le nostre, la sua emozione e la somma di quelle che viviamo in sala. L’applauso conferisce il meritato omaggio della città al suo figliol prodigo, come è giusto che sia.
Per noi che ci occupiamo ogni giorno di Sud America, le immagini della mostra sono simili a quelle che vediamo quasi quotidianamente; quelle storie sono simili a quelle di altri migranti, ispanici venuti in Europa o arrivati negli Stati Uniti. Solo che stavolta ci colpiscono perché li sentiamo vicini, perché ci salutano, parlano la nostra lingua, parlano dei nostri luoghi. Di Fermo e Falerone, definita da un ultracentenario la più bella città del mondo perché è quella natia. Sono lontani geograficamente ma vicini col cuore. Il ventisei giugno 1963 John F. Kennedy nella Rudolph Wilde Platz di Berlino disse: “Ich bin ein Berliner“. Entrati in questa mostra somos todos argentinos e insieme siamo tutti marchigiani. Perché i personaggi protagonisti sono riflessi dei volti di chi li guarda. Ci guardano e sono guardati al tempo stesso, in un gioco di specchi che produce un caleidoscopio infinito di personaggi intermedi tra noi e loro, sospesi in mondi paralleli, immaginari, verosimili.
Quella sala piena e debordante di interesse è la prova che il continente desaparecido esiste, desta interesse e emozioni nel pubblico se viene raccontato nella maniera giusta. Quotidianamente ignorato dai mass-media, rinasce in una piccola provincia come quella fermana, che improvvisamente diviene simile a una provincia della Pampa, o a una città coloniale latinoamericana, storica e preziosa.

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