Continuano le reazioni al risultato del referendum costituzionale in Ecuador

Continuano le reazioni alla vittoria del "Sì" nel referendum costituzionale in Ecuador. Gli abitanti di origine “indios” nel paese sono circa il 20% del totale dei quattordici milioni di cittadini. Pur se in campagna elettorale avevano parlato di un sì critico, perchè le loro rivendicazioni non erano state pienamente soddisfatte, l’articolo 257 dovrebbe mettere tutti in accordo. Esso permette alle comunità indigene di "conformar circunscripciones territoriales [...] que ejerzan las competencias de un gobierno territorial autónomo". Da un lato alcuni sostengono che questo apra le porte alla frammentazione e alle rivendicazioni da parte di qualunque zona territoriale a una maggiore autonomia, ad esempio nelle forze armate o nella sanità. Dall’altro il Conaie afferma che il plurinazionalismo non causa problemi né allo stato centrale nè all’unità del paese. Nella regione di Guayaquil però la festa è stata rovinata dalla vittoria del "no", anche se solo per due punti percentuali. Questa è l’unica regione, la più ricca del paese e suo motore economico, in cui è successo. Correa ha avvertito che non permetterà che questa regione resti al margine della Costituzione o che scenda nel baratro della violenza in nome dell’autonomia o del separatismo. Ogni riferimento alla situazione attuale in Bolivia era puramente voluto. il presidente venezuelano Hugo Chavez, il boliviano Evo Morales e la cilena Michelle Bachelet, sono alcuni dei leaders internazionali che hanno fatto i complimenti a Rafael Correa per la vittoria.
rafael correa
Dal canto suo la Chiesa Cattolica ha preso atto del risultato referendario e si è dichiarata disposta a dialogare col governo per ridurre le discrepanze evidenziate in campagna elettorale Il presidente della Conferencia Episcopal Ecuadoriana e vescovo della città di Guayaquil, monsignor Antonio Arregui, aveva criticato duramente il progetto di nuova costituzione: sia perché aprirebbe la strada alla legalizzazione dell’aborto, sia perché equipara la famiglia tradizionale alle coppie di fatto e ai matrimoni omosessuali. Ora ha accettato la mano tesa del governo per intavolare un dialogo. “Per la Chiesa il dialogo è un metodo istituzionale, normale e abituale, e siamo aperti verso il governo come lo siamo sempre stati, anche nei momenti di maggior tensione. Vogliamo lasciar da parte le divergenze e arrivare all’unità nazionale”, ha detto Arregui a Radio Quito. E, durante la campagna elettorale, di momenti di tensione ce ne sono stati tra l’esecutivo e i vertici clericali. Se la Chiesa ha parlato di un progetto costituzionale statalista e lontano dai valori cattolici, il governo ha risposto che alcune elites ultraconservatrici della Chiesa Cattolica erano legate a gruppi di destra che si opponevano con la violenza alla nuova costituzione. Rafael Correa, comunque dopo i sorprendenti risultati elettorali superiori al 64%, ha fatto un appello al dialogo all’interno di regole democratiche, a tutti i settori della società.
Il presidente della Confederación de Nacionalidades Indígenas (Conaie), Marlon Santi, ha assicurato che la sua organizzazione è aperta al dialogo su questioni d’interesse generale e che difenderà la nuova costituzione. Qualunque dialogo dev’essere preceduto da una agenda che ne stabilisca gli obiettivi specifici e calendarizzi gli incontri. Da parte sua Humberto Cholango, vicepresidente del Conaie e presidente della Confederación de los Pueblos de Nacionalidad Kichua del Ecuador (Ecuarunari), ha messo in guardia i cittadini da possibili tentativi dell’opposizione di ostacolare la entrata in vigore del testo costituzionale. Ha sferzato poi il governo a implementare un processo di unità popolare più forte.

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