Messico. Il 15 settembre, giorno dell’Indipendenza, è stato macchiato di sangue da un attentato. Due granate lanciate tra la folla causano 8 morti

Negli ultimi mesi le cronache che arrivano dal più vasto e popolato stato del Centroamerica assomigliano più alla trama di un libro di Stephen King che ad articoli di quotidiani. Già alla fine di maggio, i narcotrafficanti avevano avvertito in un comunicato che avrebbero iniziato l’offensiva più sanguinaria degli ultimi anni. L’ultimo fine settimana di quel mese aveva visto cadere a terra venticinque cadaveri in tre giorni a Ciudad Juarez, regione di Chihuahua, frontiera con gli Stati Uniti. Da allora ad oggi sequenze di assassini, sequestri, scontri a fuoco per le strade e ritrovamenti di corpi senza vita, alcuni con evidenti segni di torture, si sono verificati in tutto il nord del paese. Nonostante la continua perdita di potere d’acquisto dei messicani, per l’opinione pubblica il principale problema era e resta la sicurezza.
Il trenta agosto il Messico è sceso in piazza per dire basta alla violenza con lo slogan “Iluminemos Mexico”. La pazienza dei cittadini era finita. Si sperava in un cambio di rotta. Oltre dieci Organizzazioni non governative hanno organizzato marce in settanta città, nei trentuno stati e nonostante la pioggia che cadeva copiosa la partecipazione è stata massiva. Nella capitale federale, Ciudad de Mexico, migliaia di persone vestite di bianco con una candela in mano hanno marciato in silenzio lungo la Avenida Reforma per giungere al centro della città dove hanno intonato l’inno nazionale. "Basta ya de violencia"; "Basta ya de secuestros", "Basta ya de impunidad"; "Queremos paz", "Fuera corrupción, fuera impunidad, fuera de dejar hacer. Necesitamos trabajar por nuestra patria" o "¡México, México!", sono stati alcuni degli slogan scanditi. Dall’inizio dell’anno sono quasi tremila le vittime della violenza. Eduardo Carrillo, uno degli organizzatori della marcia ha spiegato che è composta da famiglie, casalinghe, intellettuali, studenti, impresari, operai. Tra la folla c’è anche Alejandro Martì, padre del giovane Fernando di quattordici anni, assassinato dai suoi sequestratori, che ha faticato a compiere i cinque chilometri di durata del cammino per le continue manifestazioni di solidarietà ricevute dai cittadini. Le cifre ufficiali dicono che le manifestazioni più numerose sono state quelle di Guadalajara con 16.000 persone, Monterrey, 15.000, Cancún, 10.000, e Tijuana, 3.000.
Ma la speranza è durata una notte. Il lunedì successivo dodici persone decapitate sono state rinvenute alla periferia di Merida, la capitale dello Yucatán, e i sospetti vanno verso il gruppo Los Zetas. Sono i sicari di uno dei maggiori cartelli del narcotraffico, il Cartel del Golfo. Il tre settembre un gruppo chiamato La Familia sequestra una madre di quarantanove anni e suo figlio trentenne, entrambi liberati dopo una operazione della polizia. Il cinque settembre due cubani, Ricardo Coto Vázquez, di trentanove anni e Yemiset Santana Lam, di trenta sono arrestati perché trovati in possesso di armi da fuoco e di una granata. Sono sospettati di appartenere al Cartel del Golfo, e di essere i responsabili dei dodici morti ritrovati nello Yucatan, secondo un comunicato della Secretaría de Seguridad Pública Federal (SSP). Di fronte a questa emergenza il presidente Felipe Calderon ha accordato l’aumento di un quaranta percento dei fondi destinati alla sicurezza. Lo scopo è avere forze dell’ordine più professionali. In Messico l’opinione pubblica è molto critica verso l’operato degli agenti, spesso accusati di abusi di potere e di lassismo verso i crimini che riguardano le fasce più deboli della popolazione. In una intervista rilasciata a Television Espanola, una donna sosteneva che: “Se viene sequestrato il parente di un politico o di un personaggio importante tutti si muovono per ritrovarlo, mentre quando a sparire è la povera gente nessuno fa nulla”.
Il tredici settembre, due giorni prima della festa dell’Indipendenza, il quotidiano La Jornada informa che tredici cadaveri sono stati rinvenuti nel bosco de La Marquesa, vicino la capitale. Questo è un luogo spesso usato dalle famiglie capitoline per realizzare passeggiat o picnic nei fine settimana. La Procuraduria General de la Republica ha smentito si tratti di corpi di agenti di polizia. Forse si tratta di un regolamento di conti tra bande. La stampa locale ipotizza si tratti di uno scontro tra la banda chiamata Los Pelones, del cartello di Sinaloa, e Los Zetas, del Cartel del Golfo. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Il quindici settembre è la festa dell’Indipendenza messicana. Quest’anno ricorre il centonovantottesimo anniversario. Un giorno molto amato dalla popolazione che si riversa nei mercatini delle città, su improvvisati banchetti che vendono di tutto. La tradizione vuole che si debbano acquistare oggetti che abbiano i colori della bandiera messicana: bianco, rosso e verde. Nonstante tutta la negativitività presente nella cronaca del paese la gente continua a ripetere ai microfoni dei giornalisti delle tv che “Paises como Mexico no hay”, “Tenemos muchos problemas per somos un gran pais!”. In realtà l’annuncio dell’indipendenza dalla Spagna è stato dichiarato ufficialmente il sedici settembre del 1810, dal prete Miguel Hidalgo e dal generale Ignacio Allende. Tornando ai fatti del quindici settembre 2008: erano le undici di sera nella piazza Melchor Ocampo della città di Morelia, capoluogo della regione di Michoacàn, a sud ovest del paese. Centinaia di persone ascoltavano il governatore locale Leonel Godoy presiedere i festeggiamenti del tradizionale “Grito de la Independencia”. Improvvisamente due granate piovono tra la folla. La cerimonia prevede una serie di fuochi artificiali i quali hanno mascherato le due esplosioni. Non tutti infatti si sono resi conto di quanto stava accadendo. Coloro che erano vicini al luogo delle deflagrazioni hanno visto alcune persone cadere a terra e un cratere di quaranta centimetri di larghezza e otto di profondità. Alla fine si contano otto morti e centootto feriti. Vicino all’asta di una bandiera è stata trovata la sicura di una granata. Il presidente Felipe Calderon, nativo di Morelia, ha dato tutta la disponibilità da parte del governo per aiutare le autorità regionali a far luce sull’accaduto. Quest’anno sono già centocinquantasei le morti violente in questa regione della costa del Pacifico, vittima delle violenze dei cartelli del narcotraffico.
Pensate sia abbastanza? Neanche per idea. Lo stesso giorno nel carcere denominato Centro de Readaptacion Social La Mesa, di Tijuana, città alla frontiera con gli Stati Uniti, si è verificato un tentativo di rivolta. Fenomeno non raro in centroamerica se si pensano ai precedenti dei mesi scorsi in Salvador e Costa Rica. Secondo Agustín Pérez Aguilar, direttore delle comunicazioni sociali dellla Secretaría de Seguridad Pública del Estado della regione Baja California, centinaia di prigionieri esigevano dalle guardie del recinto del carcere la fine delle continue vessazioni e degli abusi che commettono settimanalmente. Secondo la versione ufficiale alcuni reclusi avrebbero esposto cartelli con slogan di protesta, altri rotto finestre e causato principi d’incendio. Bilancio ufficiale: una ventina di feriti. Discordando con questa versione, alcuni quotidiani locali della città parlavano di due morti tra i detenuti. In questa regione, Zacatecas, lo scorso fine settimana sono stati ritrovati tre cadaveri smembrati con messaggi minacciosi nei confronti del gruppo Los Zetas.
Tre giorni dopo una operazione internazionale di polizia porta all'arresto di centosettantacinque presunti narcotraficanti, una ventina di membri della 'ndrangheta, oltre al ritrovamento di quaranta milioni di euro e sedici tonnellate di cocaina. Questa arriva negli U.S.A., in particolare ad Atlanta, Huston e Dallas. L'operazione è stata compiuta da forze di polizia messicane, statunitensi e italiane. La mafia calabrese funge da intermediario privilegiato per l'esportazione degli stupefacenti in Europa, dove la forza dell'euro rispetto al dollaro stimola l'aumento del commercio, secondo quanto riferisce il quotidiano messicano La Jornada.
Un segnale importante per l’opinione pubblica messicana, è arrivato venerdì diciannove settembre, quando la Fiscalia de Mexico e l’esercito nazionale hanno comunicato il sequestro a Sinaloa, di 26,2 milioni di dollari, oltre diciotto milioni di euro. Questa è la zona dove operano le più importanti e pericolose organizzazioni trafficanti del paese. Rivelata solo oggi ma svoltasi il quattordici di settembre, l’operazione, battezzata Culiacán-Navolato, è la seconda più importante nella storia del paese. La prima si svolse nel 2007 e vide il sequestro di duecentocinque milioni di dollari, corrispondenti a oltre centoquarantatre milioni di euro. Fu arrestato in quella occasione il cittadno di origine cinese Zhenli Ye Gon. Secondo i dettagli forniti alla stampa, le forze militari sono entrate in una casa in Calle Campo de Santa Fè, a Culiacàn, capitale della regione di Sinaloa, sorprendendo tre uomini che si sono dati alla fuga. Hanno così abbandonato, oltre al denaro, quattro auto, una pistola, un fucile Norinko ed oltre trecento cartucce, secondo le informazioni fornite dal quotidiano spagnolo El Pais.
A questo punto la riflessione è obbligatoria. Solo ieri, passando davanti alle agenzie di viaggio della mia città, ho visto pacchetti per viaggi di nozze o per il capodanno in Messico, nello Yucatán. Mi chiedo: quanti sanno davvero cosa accade laggiù? A quanti sono stati raccontati questi fatti? Quanto tempo dovrà ancora passare prima che questi eventi trovino il giusto spazio sui telegiornali italiani, che si limitano, quando va bene, a leggere due fredde righe di agenzia condite da scarni numeri. Quella asettica matematica dietro la quale si celano storie di persone in carne e ossa che nessuno racconta e nessuno spiega. Il Messico grida ma l’Italia non ha orecchie per ascoltare. Allora la realtà che i mezzi di comunicazione di massa snobbano, la trovo sulle pagine dei blog, vera miniera di notizie; piccoli tesori da scoprire per noi moderni viandanti sui sentieri periferici del web.

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