Crisi diplomatica tra Bolivia e Stati Uniti. Ovvero quando la politica estera assomiglia tanto alla trama di un libro.

Crisi diplomatiche, associazioni accusate di fomentare colpi di stato, ambasciatori espulsi, guerre civili e guerre fredde che si riscaldano. No, non è la trama di un film o di un romanzo best-seller, magari di John Grisham. Sono alcune delle immagini che mi passano davanti agli occhi leggendo le pagine relative all’America Latina dei giornali di settembre. Once upon a time in a far far land, inizierebbe queto post se fosse nient’altro che un racconto. Invece è tutto molto reale.
Il dieci settembre Evo Morales ha dichiarato l’ambasciatore U.S.A. in Bolivia, Philip Goldberg, persona non grata e ha incaricato il ministro degli esteri David Choquehuanca di comunicare ufficialmente tale decisione all’interessato affinchè se ne vada quanto prima. Goldberg ha qualificato il gesto come un errore che avrà conseguenze. L’ambasciatore si era riunito con i governatori regionali di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, che uniti nel Consejo Nacional Democrático (CONALDE), da mesi capeggiano la rivolta popolare contro Morales. Si è giustificato dicendo che la riunione riguardava accordi di collaborazione stipulati tra le regioni ed il suo governo. Poche ore prima la tensione sulle Ande era salita, dopo un attacco al maggior gasdotto del paese tra le località di San Alberto e San Antonio, che ha costretto a ridurre del dieci percento l’export verso il Brasile. A Santa Cruz la Unión Juvenil Cruceñista (UJC) da giorni assalta e saccheggia edifici pubblici, aggredisce la popolazione indigena, soprattutto le donne perchè più indifese, devasta negozi e banchetti dei contadini che si recano al mercato a vendere frutta e prodotti agricoli.
Il sito internet Peacelink in quei giorni ha pubblicato la notizia che Nelson Vilca, giornalista e attivista sociale, era stato sequestrato e torturato da membri della UJC mentre stava svolgendo un reportage sui boliviani ridotti in schiavitù in Argentina e nei latifondi del Chaco. Per questo motivo i redattori di Tribuna Boliviana hanno sollecitato, tramite una lettera scritta, un intervento della magistratura boliviana affinché la Unión Juvenil Cruceñista venga sciolta d'ufficio. La UJC è una organizzazione ispirata alla falange franchista spagnola che in alcuni suoi veicoli porta la svastica nazista, secondo informazioni riportate dal quotidiano spagnolo El Pais.
L'impressionante serie di aggressioni contro qualsiasi persona che non è d'accordo con le idee dei comitati civici però non era finita, in barba alla dichiarazione del loro leader Marinkovic, che tempo fa garantiva il suo impegno nella costruzione di un progetto includente e pacifico per tutti i boliviani. Nel dipartimento di Beni è stata assaltata la radio Patria Nueva. Aderente al circuito di Radio Erbol e situata nel municipio di Rurrenabaque, la radio è stata attaccata da persone che sarebbero addirittura state pagate dalla prefettura di Beni: "da quando il dipartimento di Beni ha inteso perseguire la strada del separatismo tutti coloro che si sono dichiarati contrari non possono camminare tranquillamente per le strade", hanno spiegato i membri della Federacíon de Campesinos de Rurrenabaque (Fecar), riporta sempre Peacelink.
L’undici settembre gli U.S.A. rispondono dichiarando Gustavo Guzmàn, l’ambasciatore boliviano, persona non grata. Nemmeno un’ora dopo, in un discorso telvisivo, Hugo Chavez annunciava all’amabasciatore U.S.A. in Venezuela, Bernardo Alvarez, che aveva settantadue ore di tempo per lasciare il paese. L’effetto domino è stato tanto forte che il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, fresco socio dell’ALBA, dichiarava di aver congelato la prassi burocratica per ricere il nuovo ambasciatore statunitense nel suo paese. “Siamo solidali con Evo Morales ma non vogliamo assolutamente causare problemi diplomatici tra il nostro paese e gli Stati Uniti. Essi sono alleati dell’Honduras e le relazioni tra noi non si romperanno solo perché in questo momento siamo solidali con Evo”, ha sintetizzato Manuel Zelaya.
Intanto in Bolivia, il tredici settembre la regione amazzonica di Pando è vigilata dall’esercito boliviano per arginare le violenze perpetrate dagli oppositori al governo di Evo Morales. Questi si è detto disposto a dialogare con i governatori oppositori sul progetto di nuova costituzione, per mantenere l’unità del paese. Nei giorni precedenti, la regione di Pando era stato teatro di scontri tra pro e anti governativi che ha causato un saldo di sedici morti e una cinquantina di feriti. L’undici settembre un gruppo di trenta contadini indigeni sono scomparsi mentre attraversavano un ponte sul fiume Tahuamanu, sulla strada che unisce i paesi di Porvenir e Filadelfia. Secondo alcuni testimoni, sarebbero stati attaccati da alcuni autonomisti armati fedeli al governatore Fernandez. Alcuni di quelli che si erano rifugiati in acqua sarebbero stati fatti uscire con la forza. Il gruppo di uomini armati è rimasto in controllo della zona per le venti ore successive. I familiari hanno cercato i loro corpi sia nel letto del fiume sia tra la vegetazione che lo circonda. Questo è stato considerato da molti un deliberato massacro, classificabile come crimine contro l’umanità. I cosiddetti comitati civici si sono resi protagonisti di blocchi stradali, occupazione dei pozzi petroliferi, chiusura dei gasdotti e dell’occupazione e devastazione di uffici dello stato, animando i loro concittadini a fare altrettanto.
Di fronte alla situazione i governi di Brasile e Argentina si sono dichiarati preoccupati. La crisi interna boliviana infatti si riflette anche sui due giganti confinanti. Gran parte delle ragioni di questa crisi sono situate sotto terra, nelle riserve di gas naturale. La Bolivia possiede le seconde riserve più vaste del continente dopo il Venezuela. Le regioni più ricche sono Tarija e Santa Cruz. La prima alberga a cinquemila metri di profondità l’ottantacinque percento del totale di gas del paese. La chiusura dei gasdotti e il blocco delle arterie di comunicazione coi paesi circostanti ha implicato direttamente nella crisi il Brasile e L’Argentina e le loro borse. La quantità di gas esportata verso il Brasile è scesa del dieci percento in pochi giorni. Il governo Lula ha annunciato la costruzione di cinquanta o sessanta centrali nucleari nei prossimi conquanta anni per ridurre la dipendenza dall’estero. Ha inoltre avvertito che non è disposto a tollerare fratture nella società o nel governo del suo principale fornitore di gas. L’incendio divampato all’interno della società boliviana rischiava di estendersi ai paesi vicini.
Così la presidentessa cilena, Michelle Bachelet, ha convocato d’urgenza una riunione della recentemente nata UNASUR, Union de Naciones Suramericanas. Il Cile ha la presidenza di turno. Dopo aver saputo della convocazione, il presidente venezuelano Chavez ha affermato che “è in corso un tentativo di colpo di stato. Stanno cercando di togliere di torno Evo Morales, proprio sotto il nostro naso e questo causerà una catastrofe in Sud America. Chi c’è dietro tutto questo? Abbiamo un personaggio che è presidente degli Stati Uniti, al quale sono rimasti pochi mesi e sta accelerando i suoi piani per lacsciare accesa la miccia in America Latina. Dobbiamo fermarlo. Dobbiamo agire subito, non dopo dieci o quindici mila morti in Bolivia”. Contemporaneamente la cancelleria brasiliana inviava a Washington il messaggio di voler prendere in mano la situazione mediante una iniziativa di mediazione tra le parti in conflitto. Un tentativo, questo, di anticipare un possibile intervento U.S.A. nella crisi. Dopo la espulsione dell’ambasciatore del paese nordamericano Philip Goldberg dalla Bolivia e della speculare misura presa da Chavez per il Venezuela, il Brasile ha inteso marcare il territorio intervenendo in maniera decisa per tutelare i suoi interessi nella regione che considera di sua competenza. Contemporaneamente alla convocazione della coferenza, giungeva la notizia che il governo Morales aveva ordinato la detenzione del prefetto di Pando, Leopoldo Fernandez. “La detenzione si farà in ogni modo, dovunque si incontri il prefetto, qui a Pando o in qualunque altro luogo”, ha affermato a Radio Erbol, il Ministro de la Presidencia, Juan Ramón Quintana. Oltre a questo “saranno arrestati tutti coloro che saranno colti in flagranza di reato e saranno portati aiuti ai cittadini colpiti dalla violenza dei comitati civici”, ha aggiunto. Nella capitale regionale, Cobija, sono giunti cinque aerei Hercules della Fuerza Aérea e tre autobus con appartenenti al Centro de Entrenamiento de Operaciones en la Selva. Obiettivo: tornare in possesso degli edifici governativi occupati. Sempre il quattordici settembre, il ministro degli interni Alfredo Rada, dichiarava ufficialmente il prefetto di Pando colpevole di genocidio dei trenta contadini della zona di Pervenir. In uno dei momenti maggiormente critici della storia recente del paese a Santa Cruz, si è intravisto un barlume di speranza. Migliaia di persone, tra cui famiglie con bambini, radunate dalla Chiesa Evangelica hanno marciato lungo le strade della città in modo pacifico sventolando bandiere di Santa Cruz e della Bolivia per l’unità del paese e la convivenza dei boliviani. Immagini lontane anni luce da quelle date dai giovani di UJC. Inoltre alcuni blocchi stradali nella zona confinante col Brasile sono stati tolti.
Era dunque il momento della prova del fuoco per UNASUR. Il quindici settembre, alle quindici ora cilena al Palacio de la Moneda di Santiago de Chile, si riunivano Cristina Fernández (Argentina), Evo Morales (Bolivia), Lula da Silva (Brasil), Alvaro Uribe (Colombia), Rafael Correa (Ecuador), Fernando Lugo (Paraguay), Tabaré Vázquez (Uruguay), Hugo Chávez (Venezuela), oltre alla padrona di casa Michelle Bachellet e a José Miguel Insulza, segretario generale della Organización de Estados Americanos (OEA). Assistono anche delegati di Suriname, Guyana e Perù. Dopo le sei ore di riunione a porte chiuse, i leaders hanno accordato il loro unanime appoggio a Morales, al popolo boliviano e hanno sottolineato la unità e indivisibilità della Bolivia. In particolare Bachelet ha detto che i governi componenti UNASUR “rechazan enérgicamente y no reconocerán cualquier situación que implique un intento de golpe civil, la ruptura del orden institucional o que comprometa la integridad territorial de la República de Bolivia. UNASUR condena también el ataque a instalaciones gubernamentales y a la fuerza pública por parte de grupos que buscan la desestabilización de la democracia boliviana, y exige la pronta devolución de esas instalaciones como condición para el inicio de un proceso de diálogo.”
La dichiarazione è iniziata con un velato riferimento al colpo di stato contro Salvador Allende, l’undici settembre del 1973, poi ha parlato Morales in un intervento di oltre un’ora corredato da alcuni video. Dopo l’intervento apertamente antiimperialista di Chavez, è stato il turno di Lula, che ha chiesto a Morales di scegliere tra la mano dura o il dialogo. Solo nel secondo caso UNASUR avrà un ruolo importante. È stata creata anche una commissione di investigazione per i fatti di Pando. Detrattori e sostenitori di Morales si sono riuniti in due manifestazioni di fronte al Palacio de la Moneda. Le assemblee latinoamericane erano note per essere passerelle pubblicitarie condite da logorroiche dichiarazioni, ricche di parole e povere di fatti. Per una volta invece i paesi sudamericani raggiugono una posizione comune chiara e parlano con una sola voce.
Intanto l’esercito boliviano con trecento uomini, provvedeva a prendere il controllo di Cobija e arrestare Leopoldo Fernandez, che non si opponeva alla cattura. La magistratura boliviana, attraverso Mario Uribe, lo incriminava per genocidio dopo la morte dei trenta contadini di cui sopra. La condanna richiesta è trenta anni di carcere in qualità di istigatore e responsabile del gesto. Durante il suo tragitto verso un non precisato carcere di La Paz era atteso da una folla inferocita decisa a farsi giustizia con le proprie mani. Lo stesso Uribe ha inviato a Cojiba trenta forensi e esperti balistici per raccogliere prove sul massacro. Il sedici ottobre erano stati identificati quindici cadaveri, trentasette feriti. Analizzate anche le denunce di centosei sparizioni nella zona di Porvenir.
A questo punto i governatori oppositori a Morales hanno finalmente accettato di trattare col governo per arrivare ad un accordo. Mario Cossio, governatore di Tarija e portavoce del CONALDE ha accettato di firmare un preaccordo. Ruben Costas, governatore di Santa Cruz ha affermato che la firma ha lo scopo di recuperare la pace. La firma da parte del governo è arrivata per mano del vicepresidente Alvaro Garcia. Questo preaccordo racchiude i temi che hanno causato lo scontro governatori regionali – governo centrale, ne fissa i metodi e l’agenda di discussione.
Il diciotto settembre sono iniziate le negoziazioni a tempo pieno e con l’obiettivo di non fermarsi fino ad ottenere risultati concreti. Questa è riconosciuta da molti, tra cui gli stessi Morales e Cossio come l’ultima occcasione per risolvere la crisi pacificamente. Anche se si sono calmati gli animi, alcuni elettori di Morales si sono riuniti per sei giorni consecutivi attorno alla città di Santa Cruz, altri a Cochabamba. A santa Cruz il diciotto settembre, alcuni indipendentisti dei comitati civici non volevano restituire alcuni palazzi pubblici e sedi governative in cui sono asserragliati sebbene uno dei presupposti del dialogo in corso fosse la restituzione di tutti gli edifici occupati. Intanto Morales ha presentato modifiche al documento presentato precedentemente ai governatori nel preaccordo. Riguarda principalmente la gestione degli introiti delle tasse petrolifere. Il dialogo è supervisionato da Unasur, ONU, OEA, Unione Europea e la Iglesia Católica Evangélica y Metodista.
Intanto il governatore Fernandez è stato portato nel carcere di San Pedro, al centro di La Paz, dato che sussiste pericolo di fuga dell’imputato che potrebbe ostacolare e inquinare le indagini. Il governo boliviano il venti settembre ha rifiutato la richiesta di trasferire il recluso a Sucre, avanzata dalla Corte Suprema de Justicia. Appena possibile sarà processato.

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