Cile. Ancora una condanna per Manuel Contreras, ex capo della DINA: l'apparato repressivo della dittatura di Augusto Pinochet

Il giudice cileno Jorge Zepeda Arancibia, della Corte de Apelaciones de Santiago, ha condannato al ex capo della Dirección de Inteligencia Nacional (DINA) cilena: il generale Manuel Contreras. Pena: sette anni. Oltre a lui sono state condannate altre tre persone, Miguel Krassnoff, Marcelo Moren Brito e Basclay Zapata, anch’essi ex agenti dello stesso organismo. La DINA era l’apparato repressivo della dittatura cilena del generale Augusto Pinochet (1973-1990). Sono i responsabili del sequestro e successiva scomparsa del sacerdote spagnolo Antonio Llidó Mengual, commesso all’inizio di ottobre del 1974, quando aveva trentotto anni. Assolti per non aver commesso il fatto invece gli altri imputati: Francisco Ferrer Lima, Fernando Lauriani Maturana e Orlando Manzo Durán. Nelle centotredici pagine della sentenza, letta il ventidue settembre scorso, il giudice Zepeda obbliga lo stato a pagare alla sorella della vittima un idennizzo di cento milioni di pesos, oltre alle spese processuali. Lo riporta l'edizione on-line del quotidiano cileno El Mercurio.
Antonio Llidó Mengual nacque ad Alicante, Valencia il 29 aprile 1936, zona duramente colpita dalla repressione franchista. Dopo essersi trasferito in Cile vive prima a Valparaiso poi a Santiago de Chile. Nel settembre del ’74 scrive la sua ultima lettera alla famiglia.
"No quiero ponerme dramático, pero alguna vez hay que decirlo. Si algo malo me ocurriera, quiero que tengan claro que mi compromiso con esto que hago ha sido libremente contraído, con la alegría de saber que esto es exactamente lo que me corresponde hacer en este momento. El miedo está presente en todo momento y en cada uno de nosotros, porque ninguno somos héroes de pelicula. Lo que ocurre simplemente es que todos nos negamos a aceptar que ese sentimiento sea condicionante y nos impide realizar aquello que, con la cabeza fría y el corazón caliente entendemos que debe ser."
Il primo ottobre venne sequestrato in una strada della capitale cilena e successivamente venne brutalmente torturato nel “Centro de interrogación y tortura de José Domingo Cañas 1315”, conosciuto come il Cuartel Ollague. Dal tredici al ventiquattro ottobre venne detenuto a Cuatro Alamos. Una testimone sopravvissuta detenuta nello stesso centro, Maria Caballero, ricorda che nonostante stesse male non smetteva di dare appoggio agli altri detenuti. Un altro testimone, Juan Jiménez, dirigente sindacale ricorda quando il prete tornò da un interrogatorio col petto sanguinante e Hernán Schwember aggiunge i danni provocati alla sua dentatura dall’applicazione di scariche elettriche in bocca. Un altro testimone, Julio Laks Feller, il ventisette novembre 1977 al Consolato di Spagna dichiarò:
"Apróximadamente entre el 26 y el 30 de septiembre del mismo año (1974) fue ingresado a nuestra celda el padre Antonio Llidó Mengual. En el lapso de dos o tres días, el Padre Llidó fue sacado de su celda repetidas veces para ser interrogado. Cada vez volvía en peor estado físico. Al cabo de tres días tenía grandes dificultades para moverse a causa de los dolores ocasionados por las torturas. Tenía su camisa manchada de sangre y aparentemetne tenía hemorragias internas y desgarros musculares. En una ocasión fue auscultado por un médico de la DINA, el cual recomendó su hospitalización inmediata. A lo cual el oficial de apellido Morel (Marcelo Moren Brito) respondió que esto era imposible puesto que los interrogatorios no habían terminado. El médico insistió vanamente y expresó su impotencia e indignación. A pesar de su estado físico y del trato injurioso que recibía por parte de los agentes de la DINA, que se burlaban groseramente de su condición de sacerdote, aún encontraba fuerza para consolar a sus compañeros de celda, compartiendo con ellos, en partes iguales, mendrugos de pan o cáscaras de fruta para sobrevivir."”
In principio la dittatura ammise la responsabilità del sequestro oltre alle detenzioni di altri esponenti del clero, per bocca del proprio Augusto Pinochet. "Ése no es un cura, es un marxista. A los marxistas hay que torturarlos porque de otra manera no cantan", furono le parole del dittatore a chi gli chiedeva notizie di Antonio Llidó Mengual. Il re di Spagna Juan Carlos, organismi internazionali, organizzazione per i diritti umani e la Chiesa Cattolica fecero pressioni infruttuose sul regime cileno. Questa è solo l’ultima condanna per il criminale Manuel Contreras.
Il trenta giugno era stato condannato a due ergastoli, Oltre a lui in quella occasione erano stati condannati anche il brigadiere e numero due della DINA, Pedro Espinoza e gli ufficiali Raúl Iturriaga, José Zara, Juan Morales Salgado e Christoph Willike. Il delitto in questione quella volta era la morte di Carlos Prats e sua moglie. Il fatto: il trenta settembre 1974, il comandante dell’esercito cileno durante il governo di Salvador Allende, Carlos Prats e sua moglie Sofia Cuthbert erano a Buenos Aires, per sfuggire agli uomini della DINA. Prats era stato anche ministro dell’interno e vicepresidente fedele ad Allende. Considerava Pinochet un pericolo per il suo paese. Pagò con la vita questa idea. Proprio nella capitale argentina morirono, lui e sua moglie, in un attentato compiuto con un’autobomba fatta detonare da Mariana Callejas, moglie di Michael Townley, uno statunitense agente della DINA. Pinochet aveva fatto pedinare e tenere sotto controllo Prats, per facilitare il lavoro degli uomini dei servizi segreti. Il trenta giugno scorso, dopo trentaquattro anni, la sentenza di cinquecentosei pagine, letta dal giudice Alejandro Solis. Meglio tardi che mai. In una intervista allo spagnolo El Pais, la figlia delle vittime, Angelica Prats disse che era ora di far sapere al paese cosa è successo in quegli anni e si lamentava che Pinochet fosse morto senza essere condannato per i suoi crimini. Contreras è stato già condannato negli altri sedici processi in cui è risultato colpevole, a duecentosessantanove anni di carcere. Si trova rinchiuso in un carcere militare. Conosciuto come “El Mamo” era temuto anche da altri militari più alti di lui in grado e riferiva le sue attività direttamente a Pinochet.

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