I familiari dei sequestrati fanno sentire la loro voce in favore di una pronta liberazione dei loro cari che non devono cadere nell'oblio

I familiari degli ostaggi ancora nelle mani della guerriglia colombiana hanno chiesto lo scorso quattro luglio un gesto umanitario da parte delle FARC. Una cosa è certa: l'eco delle manifestazioni celebrate lo scorso quattro febbraio in tutto il mondo è arrivata anche nella selva. La gente che scese in piazza a manifestare ha dato speranza, coraggio e fiducia a coloro che auspicano una negoziazione per ottenere la loro libertà. Per questo i familiari hanno chiesto che venga effettuata un'altra marcia. Questa volta non per la faamosa Ingrid, ma per gli anonimi venticinque “canjeables” ancora sequestrati. Questi hanno trascorso una media di nove anni nell'incubo della cattività. Si stima che le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia abbiano ancora settecento persone sequestrate, che potrebbero liberare in cambio di denaro. Questi venticinque “canjeables” invece saranno liberati solo come contropartita per la libertà dei prigionieri delle stesse FARC rinchiusi nelle carceri colombiane. Prigionieri per prigionieri, quindi. Alcuni dei nomi non sono molto noti oltre i confini colombiani. è il caso del colonnello Luis Mendieta, che inviò una lettera alla sua famiglia cinque mesi fà. Luis ha trascorso gli ultimi nove anni e otto mesi nella selva. La lettera arrivò insieme ad una foto che lo mostrava lungo sul terreno, legato ad un albero con una catena al collo. Una riga del suo scritto diceva: ho dovuto sdraiarmi nel fango per fare le mie necessità fisiologiche, con catene che mi tengono legato al collo. Non è il dolore fisico a spaventarmi, nè la catena a tenermi fermo bensì la agonia mentale, la assuefazione al male e l'indifferenza alle cose belle, come se non valessimo niente, come se non esistessimo. Altri due nomi sono quelli di Pablo Emilio Moncayo e Libio Josè Martinez, dieci anni e mezzo passati lontano dal resto del mondo. Il sequestro più lungo attuato dalle FARC. Moncayo aveva appena diciannove anni al momento del rapimento. Il padre, il professor Gustavo Moncayo, divenne famoso quando, il 17 giugno 2007, iniziò a piedi una marcia per tutto il paese di mille chilometri, per sensibilizzare le istituzioni e l'opinione pubblica alla necessità del dialogo con la guerriglia. Ha espresso contentezza per le recenti operazioni di liberazione e la speranza di tornare a riabbracciare presto tutti i sequestrati. Questo è un esempio di coraggio ma molto spesso il dolore delle famiglie resta chiuso tra le mura domestiche. Altro esempio. La famiglia di Josè Martinez è di umili origini contadine. Suo padre destina ogni mese il totale di due giornate di lavoro complete (sette euro) a pagare una messa in ricordo del figlio. Come se sette euro fosse il prezzo del ricordo. Consuelo Gonzales de Perdomo, recentemente tornata in libertà assieme a Clara Rojas, ricorda la figura dell'ex governatore Alan Jara, maestro di scuola, definito un esempio di resistenza nonostante avesse passato mesi legato mani e piedi ad un albero mentre era malato di paludismo. Non posso pensare, ha detto Consuelo, quanto dolore in più avremmo patito senza il suo continuo stimolo, senza aver potuto contare su di lui. Mendieta, Moncayo, Martinez, Jara e così via fino a completare la lista di nomi di persone reali, spariti, lontani dalle famiglie e dai media, divenuti fantasmi che lottano contro l'oblio. Perchè la contumacia dell'informazione può narcotizzare il ricordo, può far dimenticare, può uccidere mediaticamente. Spenti i riflettori, chiusi i block notes, il dolore scompare dalle pagine e dagli schermi tv. E quello che è peggio, scompare dalle menti dell'opinione pubblica. Ora che la fuoriclasse Ingrid è libera, chi si ricoderà dei semplici e anonimi uomini donne e bambini che ancora restano nella selva? (continua)

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