Il referendum? Un sottile colpo di stato nella Colombia di Alvaro Uribe

Alla fine di marzo una commissione parlamentare ha aperto un’indagine preliminare per verificare se il presidente colombiano Alvaro Uribe sia o meno coinvolto in un atto di corruzione. Tutto cominciò lo scorso 28 aprile. In una intervista, la parlamentare Yidis Medina affermò di aver ricevuto offerte di incarichi istituzionali nel 2004 per convincerla a votare a favore della riforma costituzionale del 2005 che permetteva ad Uribe di ripresentarsi alle elezioni. La Medina si era sempre dichiarata contraria alla riforma ma al momento del voto ha espresso parere favorevole. Inoltre un altro parlamentare del fronte del no si assentò inspiegabilmente dall’aula al momento del voto facendo passare con un solo voto di vantaggio la riforma. Senza, Alvaro Uribe non avrebbe potuto presentarsi alle elezioni del 2006. Il caso è stato portato alla luce anche dal Polo Democratico Alternativo, principale forza d’opposizione al governo. Una commissione, formata da Edgar Torres, José Piamba e Jaime Durán, ha indagato per sapere cosa è veramente successo e per decidere se ci fossero gli estremi per aprire un procedimento legale. La Corte Suprema de Justicia ha così aperto un’indagine e, alla fine di maggio, Yidis Medina si trovava già in carcere per essere processata per corruzione. Intanto la Comisión de Acusación e Investigación de la Cámara de Representantes, che ha il potere di processare il presidente della Colombia, ha aperto settantacinque processi contro Alvaro Uribe, ma un suo componente ha già definito tale commissione troppo fragile a dispetto della potenza dell’indagato. Il presidente colombiano nei primi giorni del mese di giugno, ha contrattaccato dichiarando che lui e vari membri della sua famiglia sono stati minacciati di sequestro da elementi vicini alle FARC. Fatto non nuovo dato che Medina ha un altro processo in corso, in cui è accusata di partecipazione in tentato sequestro. Proprio lei, secondo la versione di Uribe, avrebbe compiuto minacce telefoniche contro componenti della sua famiglia. Il presidente ha aggiunto di non averle mai chiesto di votare l’Acto Legislativo, per ottenere la possibilità di essere rieletto. Il 25 giugno la parlamentare è stata condannata a 43 mesi di arresti domiciliari e 12.000 dollari di sanzione. La comunicazione è stata data dal magistrato Sigfrido Espinosa. Tra gli altri sono stati vincolati al fatto Sabas Pretelt, attuale ambasciatore colombiano in Italia, allora ministro di Interni e Giustizia e Diego Palacio, ministro della Proteccion Social. Il primo è accusato di essere colui che ha offerto personalmente gli incarichi a Medina in cambio del voto.
Il parlamento colombiano ha già una trentina di componenti, la maggioranza alleati di Uribe, agli arresti, indagati per collusione con le milizie paramilitari di destra delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Governatori regionali, sindaci, parlamentari della maggioranza sarebbero stati eletti con il sangue delle vittime dei paramilitari. La tristemente nota parapolitica. Troppi per un parlamento che conta 260 seggi. Ma nel paese manca il coraggio per dirlo pubblicamente, come ha dichiarato il senatore Fernando Cristo del Partido Liberal Colombiano. La tensione politica è alta da tempo. Il fuoco incrociato della sfida lanciata dai paramilitari delle FARC, la crisi politica col vicino Venezuela di Hugo Chavez, quella con l’Ecuador di Rafael Correa, fanno da contorno a quest’ultimo scandalo. Gli anni recenti sono stati caratterizzati da instabilità e da tassi di criminalità tra i più alti al mondo. Il 27 giugno Uribe ha annunciato di voler realizzare un referendum che decida se ratificare il risultato del 2006 o ripetere le elezioni. Ha inoltre accusato il Tribunal Supremo di abuso di potere e usurpazione di competenze. Sebbene alcuni, tra cui l’ex sindaco di Bogotà Antanas Mockus, abbiano consigliato ad Uribe di dimettersi e di non confondere i campi politico e legislativo, per altri la preoccupazione maggiore è che il presidente cerchi, mediante referendum, di estendere occultamente la durata del suo mandato oltre il limite previsto del 2010. Non è chiaro infatti in caso di sconfitta, quanto tempo passerà prima di convocare nuove elezioni né se Uribe si ripresenterà per il terzo mandato. Gustavo Petro, senatore del Polo Democratico ha disegnato un paese nel quale si sta ordendo un sottile colpo di stato.

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