El Salvador. Un documentario per comprendere meglio e da vicino il fenomeno delle Maras

La violenza e la criminalità nel piccolo stato di El Salvador è un cancro endemico al quale la società si è abituata col passare degli anni, in parte senza rendersene conto, immersa in un mix di disillusione, fatalismo, depressione e sfiducia verso le autorità. Ma negli ultimi anni, da parte dei più giovani è comparsa una voglia di rivalsa e di cambiamento. Sarebbe troppo lungo il viaggio a ritroso nel tempo per ricostruire le radici della instabilità socio-politica del paese. Un paese per anni ostaggio delle violenze dell’esercito del presidente Alfredo Cristiani, sostenuto dal grande vecino del norte, ed oggi vittima delle pandillas (bande) denominate maras, attive anche in altri stati del Centroamerica come Guatemala, Honduras e Nicaragua.
Christian Poveda, un fotoreporter e documentarista franco-spagnolo, è rimasto per oltre un anno là dove vivono ed operano i mareros, componenti le bande di strada, nel cuore del sottomondo sociale e culturale, humus vitale delle maras. Nasce così il documentario La Vida Loca, testimonianza unica e singolare del fenomeno che, purtroppo, oggi è un simbolo di quella terra di laghi e vulcani stretta tra l' Honduras e il mare. È un modo di vedere il fenomeno al di là delle fredde cifre statistiche fornite periodicamente dalle istituzioni. Christian Poveda nasce in Algeria, allora colonia francese, da genitori spagnoli rifugiati politici a causa della guerra civile. Cresce in Francia e inizia la carriera di fotografo nel 1977, per Sipa Press, poi per il Time Magazine. Nel 1980 viene inviato in El Salvador. Essendo di genitori spagnoli non ha problemi con la lingua. Dal gennaio del 1980 vive le manifestazioni e gli assassinati continui da parte degli squadroni della morte, tra cui il noto omicidio di Monsignor Romero. Ciò che lo colpisce sono la eccessiva povertà e la incredibile violenza. In Guatemala è testimone delle repressioni del generale Lucas Garcia nel 1982, ed in Nicaragua del fenomeno delle guerriglie Contras. Nell’84 diventa corrispondente di Newsweek dal Salvador. Nel 2004 inizia a occuparsi del fenomeno delle bande, visitando anche molte carceri, e crea una serie di 140 ritratti di pandilleros con, a corredo di ognuno, una intervista composta dalle stesse identiche domande. Scopo: capire le motivazioni e le cause del fenomeno e creare una base di dati per iniziare a girare il documentario. Non si può studiare un fenomeno senza prima capirne le cause.
Dietro ognuno dei mareros c’è una storia triste. Parliamo di giovani di 14 anni fino ad un massimo di 25 che diventano delinquenti ed assassini e sono condannati a una esistenza miserabile. La preparazione e realizzazione dei filmati dura dall’ottobre 2005 a maggio 2007. Fulcro delle riprese, la colonia La Campanera, nel comune di Soyapango.
Questa coproduzione franco-ispano-messicana ha ricevuto fondi europei di aiuto al cinema e fondi del programma Ibermedia, che comprende Spagna e paesi latinoamericani. È una produzione fatta per il mercato cinematografico di Francia, Spagna e Messico ma anche del Giappone, Stati Uniti e Inghilterra. Il titolo La Vida Loca deriva da una risposta che ha dato un giovane di un penitenziario alla domanda “Perché sei entrato in una banda?”. “Por la vida loca”. Ma, in questo caso, l’aggettivo non ha il significato negativo di pazzia, ma quello più gioviale di sfrenatezza. In una intervista rilasciata al periodico salvadoregno ContraPunto, Christian Poveda sostiene che c’è una differenza tra le guerriglie degli anni settanta-ottanta ed il fenomeno delle maras. Mentre le prime nascevano da una voglia di cambiamento della politica che incontrava una ideologia, le seconde sono solo una forma di ribellione e rifiuto della società. Infine crede che il pubblico europeo non abbia idea di cosa comporti vivere in una pandilla e di ciò che queste rappresentino nella società centroamericana.
Le reazioni dei salvadoregni al documentario sono abbastanza indirizzate. Sostengono in sostanza, che è positivo mostrare la vita dei componenti delle pandillas; ma dal documentario non emerge la vera radice del problema, cioè la pessima politica nei confronti dei giovani fatta in questi anni dal partito di governo Alianza Republicana Nacionalista, che ha visto sempre nelle nuove generazioni un problema di ordine pubblico e non dei soggetti con un potenziale positivo da esprimere. Il governo non investe nella crescita e formazione dei giovani né crea le possibilità di integrazione lavorativa. In questo modo essi si sentono inutili e senza prospettive, se non quella dell’emigrazione. Il pugno di ferro del governo non ha fatto altro che riempire le carceri di giovani senza risolvere il problema, sostengono in definitiva alcuni salvadoregni.
Collego questo mio giudizio sul documentario La Vida Loca con la notizia di oggi, 12 giugno, dell’uccisione nel carcere di Cojutepeque, 33 chilometri a est della capitale San Salvador, di cinque prigionieri, appartenenti alla Mara 18. Fonti della Policia Nacional Civil, affermano che i corpi sono stati trovati in cinque parti diverse del penitenziario, uccisi presumibilmente da compagni di pena. Ma si sa che le fonti della PNC… La notizia si lega poi ad altri casi simili avvenuti in altri paesi della zona come quelli del carcere di San Pedro Sula, in Honduras, di poche settimane fà.

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