Spagna: Josè Emilio Pacheco, poeta messicano, vince la XVIII edizione del premio di poesia iberoamericana “Reina Sofia”

mercoledì 13 maggio 2009

Uno dei più prestigiosi premi letterari in castellano, dotato di un compenso pari a quarantaduemilacento euro, è stato assegnato al poeta nato a Città del Messico il trenta giugno del 1939, Josè Emilio Pacheco. Verrà pubblicato presto anche uno studio antologico sui suoi scritti. Il suo stile è stato definito moderno ma fedele alla tradizione classica, che unisce realismo, ironia, critica sociale a sentimenti amorosi. Il suo linguaggio sembra colloquiale ma in realtà risulta profondamente elaborato. Organizzata dalla Universidad de Salamanca e dall’ente Patrimonio Nacional, l’assegnazione del premio di poesia iberoamericana “Reina Sofia” ha sorpreso ed emozionato il poeta che il sei maggio, ha ricevuto la notizia nella sua residenza: in un Messico ancora frastornato dalle notizie relative alla gripe porcina e dalle misure anti diffusione. Dopo un momento di sorpresa, Pacheco ha descritto alla stampa il sentimento di impotenza che in questo pessimo momento della storia messicana molti suoi connazionali provano. Di fronte alle saracinesche abbassate dei negozi, alle porte chiuse dei cinema, alle tavole vuote dei ristoranti e bar, sebrava quasi di vivere in un film apocalittico. Lo stesso poeta ha dedicato alcuni dei suoi versi alla descrizione di un futuro nel quale personaggi che sembrano usciti da romanzi horror prenderanno possesso del potere e governeranno l’evoluzione dela civiltà. Pacheco, poeta, saggista e traduttore, è stato anche docente universitario. È un noto ammiratore dell’argentino Juan Gelman, di Gonzalo Rojas e di Antonio Gamoneda. essendo cresciuto negli anni cinquanta, alcuni letterati lo hanno paragonato con Octavio Paz per via del suo stile peculiare. Ha annunciato anche di aver già pronti per la pubblicazione tre libri: La edad de las tinieblas, Como la lluvia e Aproximaciones. In passato aveva già vinto numerosi premi: il Premio Nacional de Poesía, Premio Nacional de Periodismo Literario, Premio Xavier Villaurrutia, Premio Magda Donato, Premio José Asunción Silva, il Premio Octavio Paz, il Premio Federico García Lorca, e il Premio Iberoamericano de Poesía Pablo Neruda. Quest’anno a competere con Pacheco erano, tra gli altri, il nicaraguese Ernesto Cardenal e l’uruguayana Cristina Petri Rossi. Tra i passati vincitori del premio di poesia “Reina Sofia” vi sono nomi noti della letteratura quali Alvaro Mutis, Mario Benedetti, Juan Gelman, Antonio Gamoneda e Blanca Varela. Lo scorso anno vinse lo spagnolo Pablo Garcia Baena.
Di seguito propongo tre poesie di Pacheco intitolate A quien pueda interesar, Aceleraciòn de la historia e Memoria

A QUIEN PUEDA INTERESAR

Que otros hagan aún
el gran poema
los libros unitarios
las rotundas
obras que sean espejo
de armonía.

A mí sólo me importa
el testimonio
del momento que pasa
las palabras
que dicta en su fluir
el tiempo en vuelo.

La poesía que busco
es como un diario
en donde no hay proyecto ni medida

ACELERACIÓN DE LA HISTORIA

Escribo unas palabras
y al mismo
ya dicen otra cosa
significan
una intención distinta
son ya dóciles
al Carbono 14

Criptogramas
de un pueblo remotísimo
que busca
la escritura en tinieblas.

MEMORIA

No tomes muy en serio
lo que te dice la memoria.

A lo mejor no hubo esa tarde.
Quizá todo fue autoengaño.
La gran pasión
sólo existió en tu deseo.

Quién te dice que no te está contando ficciones
para alargar la prórroga del fin
y sugerir que todo esto
tuvo al menos algún sentido.

Quando cinema e letteratura si fondono. Lo scrittore Antonio Skarmeta e il regista Fernando Trueba presentano il film "El Baile de la Victoria"

martedì 12 maggio 2009

Lo scrittore e poeta cileno Antonio Skarmeta ha visitato negli ultimi giorni di aprile Madrid. È venuto a presentare il film che lui e il regista spagnolo Fernando Trueba hanno terminato da poco di girare a Santiago de Chile. È la trasposizione sul grande schermo di una novella dello stesso Skarmeta ambientata nel Cile della transizione democratica successiva al crollo del regime di Augusto Pinochet. Si intitola El baile de la victoria, come l’omonimo libro da cui prende spunto, vincitore del Premio Planeta nel 2003. Le riprese sono iniziate nel luglio 2008. Ne sono protagonisti, Ricardo Darin, Abel Ayala, Miranda Bodenhoffer e Ariana Gil. Il trailer è stato presentato nella capitale spagnola durante una conferenza stampa congiunta dal regista e dallo scrittore presso la sede della Casa de America.
Skarmeta, nato nel 1940 ad Antofagasta da genitori di origine croate, studiò letteratura all’università di Santiago e si laureò alla Columbia University di New York con una tesi sullo scrittore argentino Julio Cortazar. Soffrì l’esilio in Argentina con la sua famiglia dopo la morte del presidente Salvador Allende e il colpo di stato della giunta militare. Nel 1989 tornò in Cile. Tra i suoi scritti ricordo Soñé que la nieve ardía, No pasó nada, La insurrección, La velocidad del amor, La boda del poeta e La chica del trombón. Ha scritto poesie, letteratura, copioni di teatro e di cinema. Alla stesura definitiva del copione di quest'ultimo film in particolare ha partecipato anche il figio di Trueba, Jonàs.
In una intervista, realizzata a margine della conferenza stampa di presentazione del film, ha sminuito le sue poesie con un sorriso, definendole banali componimenti scritti per divertimento e ha ricordato di non essersi mai considerato un poeta. Per quanto riguarda i sui racconti, invece, ha ammesso di ispirarsi al narratore spagnolo Juan de la Cruz e ai cileni Pablo Neruda e Gabriela Mistral, il cui vero nome è Lucila Maria Godoy Alcayaga. Nei preziosi locali della Casa de America, ha spiegato che la sua ispirazione deriva dalle esperienze di vita che compie quotidianamente, dal desiderio di raccontare la propria storia e si sviluppa dalla eterna domanda “che cosa è la vita”. Relativamente al legame poesia e letteratura, ha ammesso di prendere spunto da testi poetici o dalle vite di poeti che considera ottimi personaggi da inserire nei romanzi. Oltre a El baile de la victoria, vincitore del Premio Planeta, altro componimento di successo è Ardiente Paciencia, (1983) tra le cui pagine esprime l’dea che ognuno di noi custodisce dentro sé un piccolo poeta. Ogni individuo infatti vuole esprimersi, pur a suo modo, e comunicare agli altri dei contenuti. Durante l’intervista, Skarmeta ha parlato anche del rapporto che collega il creatore al creato, il poeta alla poesia, riferendosi al poema Florencia. Qui è scritto che guardando il cielo, le stelle di Firenze appaiono allo stesso modo sia al poeta che al contadino, ma il poeta le descrive attraverso la poesia mentre il contadino attraverso il silenzio. Ma in Italia Skarmeta è divenuto famoso grazie al film di Massimo Troisi "Il Postino", ispirato al romanzo "Il postino di Neruda", (El cartero de Neruda) da lui scritto nel 1985.
In base a ciò, alcuni critici letterari internazionali hanno definito la sua letteratura molto adatta ad essere trasposta sul grande schermo. Skarmeta ammette che pur essendo in parte vero, egli non cerca di realizzare racconti appositamente per questo fine. Quando si pone a scrivere vuole attrarre l’attenzione del lettore e spingerlo a continuare a leggere il romanzo. Forse, aggiunge, questa predisposizione che i suoi scritti hanno per il cinema deriva dalla sua gioventù. Infatti leggeva tanto romanzi e libri quanto guardava film in televisione, imparando così, inconsciamente, a fondere i due linguaggi, visivo e letterario. I dialoghi presenti nei suoi componimenti hanno valore istrionico e ludico essendo al tempo stesso molto visivi. La prova sta nelle parole dette da Fernando Trueba allo scrittore prima dell’inizio delle riprese del film. Trueba spiegò a Skarmeta che mentre leggeva la novella la vedeva scorrere davanti agli occhi. A differenza di alcuni scrittori che criticano il mezzo televisivo ed il relativo linguaggio, il cileno lo considera invece compatibile con quello letterario. Molte persone sono affascinate dal linguaggio televisivo. Spesso però esso è vuoto e fine a se stesso, perciò bisognerebbe sfruttarlo per inserirvi uno stimolo positivo. Potrebbe essere interessante aggiungervi un contenuto quale un invito alla lettura e alla ricerca all’interno delle opere letterarie. Skarmeta continua dicendo di non provare alcuna paura o disagio davanti al foglio bianco. Anzi, la pagina è una dama bianca con la quale vuole ballare il tango. Il successo delle sue opere letterarie non lo spaventa né preoccupa ma lo onora e lo rende orgoglioso. Skarmeta conclude l’intervista parlando dell’esperienza dell’esilio in Argentina. Esordisce sottolineando la gran differenza tra l’essere in uno stato estero perché costretti e il visitarlo volontariamente. L’esilio però ha anche un lato positivo per la socializzazione: infatti abbandonare il luogo nativo, la protezione della casa materna, spinge la gente a conoscersi più profondamente e a mettersi maggiormente in gioco. Soprattutto i bambini di quattordici o quindici anni, comprendono in fretta le asperità dell’esilio, elaborando strategie psicologiche per supplire alle differenze di stili di vita o di linguaggio. Si abituano prima dei genitori alla nuova realtà. I giovani possono così essere di aiuto per i genitori o per gli adulti in generale per adattarsi alla nuova realtà. Questo è uno dei temi che lo scrittore Antonio Skarmeta ha voluto sviluppare nelle composizioni letterarie, al fine di narrare non solo il suo esilio ma quello di tutti i latinoamericani che lo hanno sofferto.
Oltre al film di Trueba, il primo maggio a Barcellona Skarmeta ha anche presentato il suo nuovo libro Galletas chinas (Biscotti cinesi). La storia di alcuni lavoratri di origine mapuche, gli indios chileni, che il giorno di natale sono invitati a mangiare in un ristorante cinese. Al termine del pranzo ad ogni commensale viene regalato un biscotto. Ogni biscotto contiene un messaggio in un foglietto. Uno dei bambini trova sul suo biglietto la scritta "diverrai un imprenditore", parole che accendono in lui una serie di teorie e sogni immaginari sul suo futuro.

Uruguay. La morte della poetessa Idea Vilariño, e le dimissioni dall'ospedale dello scrittore Mario Benedetti

venerdì 8 maggio 2009


Quiero morir.
No quiero oír ya más campanas.
La noche se deshace, el silencio se agrieta.
Si ahora un coro sombrío en un bajo imposible,
si un órgano imposible descendiera hasta donde.
Quiero morir, y entonces me grita estás muriendo,
quiero cerrar los ojos porque estoy tan cansada.
Si no hay una mirada ni un don que me sostengan,
si se vuelven, si toman, qué espero de la noche.
Quiero morir ahora que se hielan las flores,
que en vano se fatigan las calladas estrellas,
que el reloj detenido no atormenta el silencio.
Quiero morir. No muero.
No me muero. Tal vez
tantos, tantos derrumbes, tantas muertes, tal vez,
tanto olvido, rechazos,
tantos dioses que huyeron con palabras queridas
no me dejan morir definitivamente.


Si muriera esta noche
si pudiera morir
si me muriera
si este coito feroz
interminable
peleado y sin clemencia
abrazo sin piedad
beso sin tregua
alcanzara su colmo y se aflojara
si ahora mismo
si ahora
entornando los ojos me muriera
sintiera que ya está
que ya el afán cesó
y la luz ya no fuera un haz de espadas
y el aire ya no fuera un haz de espadas
y el dolor de los otros y el amor y vivir
y todo ya no fuera un haz de espadas
y acabara conmigo
para mípara siempre
y que ya no doliera
y que ya no doliera


Me moriré y él seguirá cantando
bueno digo Carlitos
y Jorge seguirá haciendo el amor
como si se muriera
y seguirá sin mí este mundo mago
¿este mundo podrido?
Tanto árbol que planté
cosa que dije
y versos que escribí en la madrugada
y andarán por ahí como basura
como restos de un alma
de alguien que estuvo aquí
y ya no másno más.
Lo triste lo peor fue haber vivido
como si eso importara
vivido como un pobre adolescente
que tropezó y cayó y no supo
y lloró y se quejó
y todo lo demásy creyó que importaba.


Ya no será
ya no
no viviremos juntos
no criaré a tu hijo
no coseré tu ropa
no te tendré de noche
no te besaré al irme
nunca sabrás quién fui
por qué me amaron otros.
No llegaré a saber
por qué ni cómo nunca
ni si era de verdad
lo que dijiste que era
ni quién fuiste
ni qué fui para ti
ni cómo hubiera sido
vivir juntos
querernos esperarnos estar.
Ya no soy más que yo
para siempre y túya
no serás para mímás que tú.
Ya no estás
en un día futuro
no sabré dónde vives
con quién
ni si te acuerdas.
No me abrazarás nunca
como esa noche
nunca.
No volverá a tocarte.
No te veré morir.


Ho voluto iniziare così, in maniera per me atipica, questo post sulla morte della scrittrice e poetessa uruguayana Idea Vilariño. Una selezione di poesie con lo stesso tema di fondo, la morte, per ricordare che, in fondo, lei lo aveva già scritto, lo aveva già spiegato, ci aveva già preparato per questo momento. Nella mattinata del 28 aprile, in un letto d’ospedale a Montevideo, nel suo Uruguay, si è spenta per un problema respiratorio dovuto ai postumi di una operazione chirurgica. L’ottantottenne poetessa, era stata ricoverata per forti dolori addominali dovuti ad una occlusione intestinale. Fonti familiari hanno riferito ai quotidiani uruguayani e allo spagnolo El Pais che l’operazione si era svolta con esito positivo, ma Idea Vilariño non ha superato il decorso post operatorio. Dal 1952 al colpo di stato del 1973 esercitò come professoressa di letteratura uruguayana presso la Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación de la Universidad de la República. Mai abbandonò l’Uruguay e tornò ad insegnare nel 1985 col ritorno della democrazia nel paese fino al 1988. Alcune poesie sono ispirate all’intensa storia amorosa che ebbe con lo scrittore Juan Carlos Onetti. Scrisse anche lavori su Shakespeare oggi diffusi negli ambienti universitari latinoamericani. I suoi scritti, assieme a quelli di illustri compatriote quali Delmira Agustini e Juana de Ibarbourou, sono stati tradotti in diverse lingue, contribuendo a formare preziose raccolte di poesie ispanoamericane. Appartenne a quella che è chiamata la Generaciòn del 45, assieme a letterati del calibro dello scrittore Mario Benedetti, anche lui ottantottenne, anche lui in stato di salute critico.
Lo stesso giorno in cui moriva Idea, infatti, Benedetti era già stato ricoverato per problemi simili, dolori all’intestino, all’ospedale Imapasa di Montevideo. Quella di Benedetti è una malattia infettiva cronica di cui soffre da tempo e che lo ha costretto ad un ricovero nello stesso ospedale già due volte l’anno passato. Autore di circa ottanta libri di poesie e racconti, saggi e copioni, ricevette premi internazionali quali il Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana nel 1999, il Premio Iberoamericano José Martí nel 2001 e il Premio Internacional Menéndez Pelayo nel 2005. Nello scorso mese di agosto era stata presentata la sua ultima opera editoriale, Testigo de uno mismo, mentre in queste settimane stava completando il suo nuovo lavoro intitolato Biografía para encontrarte. Mercoledì scorso, sei maggio, lo scrittore Mario Benedetti è stato dimesso dall’ospedale dopo che i medici hanno dichiarato che ha risposto in maniera ottima al trattamento somministratogli e le sue condizioni sono lucide e stabili. La comunità letteraria internazionale si è mobilitata grazie ad una iniziativa della Fundación José Saramago, scaturita da una idea di Pilar del Río, moglie dello scrittore portoghese premio nobel della letteratura, ripresa nel suo blog dalla giornalista del quotidiano argentino Clarin, Patricia Kolesnicov. L’iniziativa ha raccolto da tutta l’area geografica iberoamericana messaggi di amicizia e attestati di animo e stima per lo scrittore. Che sia stato questo ad aver contribuito al miglioramento delle condizioni di salute di Mario Benedetti? Comunque sia, l’autore di questo blog si somma a quel milione di messaggi giunti per lui da ogni parte.

Alto tasso di omicidi, crisi economica globale e febbre porcina: ma nonostante questo la vita a Ciudad Juarez non si ferma

sabato 2 maggio 2009

L’insicurezza, la crisi economica globale, la gripe porcina: Ciudad Juarez è uno spaccato dei problemi che vive negli ultimi mesi il Messico. Lo scorso anno la città frontaliera è stata una tra le più colpite dall’ondata di violenza che ha scosso il paese. Tra i gravi problemi che la alimentano vi è la corruzione che permea le istituzioni addette al contrasto della criminalità. Da mesi è operativa la cosiddetta Operaciòn Limpieza (operazione pulizia), che punta a smascherare la trama di corruzione all’interno delle istituzioni. Sospetti fondati di infiltrazioni malavitose erano già emersi dopo lo strano incidente aereo in cui morì l’allora Ministro de Gobernación, Juan Camilo Mouriño Terrazo. In pratica i gruppi criminali stanno corrompendo una parte degli agenti incaricati dalle istituzioni di controllarli e arrestarli. Ciò causa, deviazioni e depistaggi nelle indagini, falle nel sistema giuidico e inefficacia dell'azione preventiva del crimine organizzato. Due sono le istituzioni statali in cui sono presenti funzionari corrotti. La PRG e il SIEDO.
L’Operaciòn Limpieza all’interno della Procuraduria General de la República (PGR) e della Subprocuraduría de Investigación Especializada en Delincuencia Organizada (SIEDO), a Ciudad Juarez è in atto da tempo. Giovedì scorso sono stati arrestati dodici tra agenti federali e funzionari pubblici corrotti, tutti al servizio del Cartel de Sinaloa e dei fratelli Beltran Leyva. Negli ultimi giorni le indagini all’interno della PRG e del SIEDO sono state intensificate, puntando in particolare verso un gruppo speciale chiamato Agencia Federal de Investigaciones (AFI). Creato nel 2001, questo manipolo di agenti è particolarmente importante in quanto ha lo specifico scopo di combattere le organizzazioni criminali di livello nazionale e internazionale e di catturare gli esponenti. Si incarica anche dell'arresto dei latitanti. La penetrazione dei fratelli Beltran Leyva all’interno dell’AFI è nota da tempo ma è salita alle cronache questa settimana. Giovedì trenta marzo, dodici agenti corrotti sono stati arrestati per aver filtrato informazioni finalizzate a realizzare una azione armata per liberare Jerónimo Gámez García, alias El Primo. Si tratta di un parente dei fratelli Beltran Leyva, responsabile finanziario dell’organizzazione criminale. Hanno cercato liberarlo mentre era a bordo di un convoglio della polizia del quale gli arrestati avevano comunicato il tragitto. Nel tentativo sono morti quattro agenti federali e due dell’AFI, come informa il quotidiano messicano La Jornada. La violenza, dunque, continua a essere allarmante a Ciudad Juarez. I dati ufficiali della Subprocuraduría de Justicia dicono che nei primi quattro mesi del 2009 gli omicidi sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2008. Dal primo gennaio al trenta aprile cinquecentotrenta persone hanno perso la vita, contro le duecentosessantasette dell’anno passato. Recentemente è stato aumentato il numero di uomini in divisa, militari, federali e polizia locale che pattugliano la città, all’interno del chiamato Operativo Conjunto. Nonostante tutto gli arresti sono ancora pochi, cosa che fa crescere il sentimento di impunità nelle file dei delinquenti. Solo il trenta aprile sono cadute sul terreno dieci vittime dei narcos; cinque il primo maggio. Perchè non di sola febbre porcina si muore in Messico. In compenso, il ventotto aprile, agenti dell’esercito messicano avevano sequestrato una tonnellata e mezzo di marjuana stimata in quasi quaranta milioni di pesos nel paese di San Nicolas Bravo, comune di Madera, vicino a Ciudad Juarez. Erano depositate all’interno di cinque fuoristrada, uno con targa statunitense, uno con targa messicana e tre privi di matricola. Sequestrate anche false divise utili ai trafficanti per muoversi nei paesi di frontiera, confondendosi tra la popolazione come elementi militari o federali.
Come detto all’inizio, a complicare la vita dei cittadini di Juarez si è aggiunta la febbre porcina. Dopo l’annuncio, ribadito anche dal presidente messicano Felipe Calderon nel suo recente messaggio televisivo , di chiudere le scuole fino al cinque maggio, stanno procedendo le operazioni di pulizia. Banchi, armadietti, sedie, porte e distributori di bevande sono oggetto di disinfezione da parte dei professori e del personale ausiliario, come spiega Alejandro Mendoza Vázquez, responsabile del servizio educativo della città. Tutto dovrà essere pronto per accogliere il rientro dei trecentosessantaseimila studenti, la mattina di mercoledì sei maggio per ridurre al minimo il rischio di contagio. Sono 383 gli asili in città, 573 le elementari e 160 le scuole secondarie. Héctor Puertas Rincones, direttore della locale azienda sanitaria (Jurisdicción Sanitaria número dos), ha spiegato inoltre che Ciudad Juarez sta compiendo quanto chiesto dal governo federale messicano (Sector Salud Federal) mentre la vicina El Paso segue le disposizioni del governo nordamericano; ad ogni modo le due amministrazioni comunali sono in costante contatto tra loro per coordinare le attività preventive. I cittadini dei due lati della frontiera però, vivono la stessa problematica in modo diverso: chiusi in casa col blocco totale delle attività dal lato messicano, con qualche attenzione ma senza chiusura generale da quello U.S.A. Ciudad Juarez e El Paso sono città contigue con lo stesso problema me con modi diversi di affrontarlo. Ciò rende frastornati i cittadini in quanto le attività diarie delle due città sono molto collegate. Le saracinesche abbassate dei bar e locali notturni hanno oltretutto spinto alcuni a spostarsi nella vicina El Paso. Alla frontiera di Jerónimo-Santa Teresa si sono formate code lunghe fino a quattro chilometri che richiedevano attese di quaranta minuti costituite soprattutto da gente che si recava nei centri commerciali e ristoranti statunitensi. Segno che l’abitudine della gente di qui ad affrontare le avversità li rende abbastanza forti dal non fermarsi. Nonostante tutto la vita continua.
La decisione di sospendere le attività è stata contrastata da alcuni proprietari e lavoratori di locali pubblici e ristoranti che hanno inscenato una protesta per chiedere compensi economici per le perdite che subiranno. In caso non rispetteranno l’ordine di chiusura andranno incontro ad ammende pecuniarie: questa è una questione di sicurezza e salute pubblica che va oltre qualunque ragione di tipo economico, ha fatto sapere Antonio Payan Porrai, della delegazione del governo a Ciudad Juarez (Oficina descentralizada de Gobernacion). Hector Puertas Rincones ha aggiunto che nel dubbio è meglio mettere in pratica esagerate misure di sicurezza che evitino la propagazione del virus. Ciudad Juarez è nota per la presenza delle aziende dette maquilladoras, nelle quali è stato disposto di evitare le agglomerazioni di operai e di separarli in diverse aree per ridurne i contatti. La Asociación de Maquiladoras ha dichiarato che le aziende non si fermeranno e continueranno a produrre. Intanto ieri due cittadini di Juarez, di trentasei e ventidue anni, sono stati contagiate in modo lieve dal virus A H1N1. La loro situazione è stabile. Attualmente si trovano ricoverati in trattamento medico e stanno migliorando, come informa il quotidiano Diario de Juarez.

Città del Messico, la febbre porcina, il discorso di Felipe Calderon e l'arresto di Gregorio Sauceda Gamboa visti dall'occhio di un medico contagiato

venerdì 1 maggio 2009

Oggi in Messico i medici sono più che mai in prima linea nel combattere la propagazione della febbre porcina (gripe porcina). Cosa accade, però, quando uno di loro passa dal curare all’essere curato? Questo cambio di prospettiva ha riguardato diversi professionisti messicani. Uno di loro, che è anche docente universitario, è rientrato domenica scorsa nella sua Ciudad de Mexico dopo aver passato alcuni giorni all’Universidad de Chiapas, nel sud del paese, facendo alcune lezioni agli alunni. Il giorno successivo, lunedì, ha iniziato a sentire debolezza, dolori muscolari e articolari, sonnolenza e mal di gola. Esaminato dall’Instituto Nacional de Ciencias Médicas y Nutrición Salvador Zubirán, gli è stata diagnosticata una forma lieve del virus. Gli hanno spiegato che probabilmente il virus è iniziato così: in una stessa cellula di un maiale sono entrati contemporaneamente i batteri della febbre umana e della febbre porcina, creando una nuova e più aggressiva versione del virus, che unisce caratteristiche di entrambe le malattie. Questa mutazione rende possibile il contagio, solo per via aerea, con gli uomini. Sebbene vi siano zone sospette, il governo messicano non ha ancora comunicato se e dove sia stato localizzato il focolaio dell'epidemia. Giovedì il medico infettato ha iniziato una cura con antinfiammatori e Paracetamolo. Non ha bisogno di antivirali, ma la sua preoccupazione è alta. Pensa al fatto che nei giorni tra lunedì e giovedì avrebbe potuto infettare amici e parenti, e questo lo spinge verso uno spontaneo isolamento. Passa le giornate chiuso nel suo appartamento, come molti dei suoi vicini. È qualcosa di poco abituale per i messicani. Dalla finestra osserva le strade, solcate a passo veloce da poche persone munite disciplinatamente di mascherina. Molti sono quelli che si recano nei supermercati per rifornirsi di beni di prima necessità e poi tornano subito in casa. Da lunedì le scuole sono chiuse, dalle elementari alle università, per ordine del ministro dell’educazione, Alonso Lujambo. I bar e ristoranti non possono servire pasti ai clienti ma solo consegnarli a domicilio. Molti stanno già facendo i conti con le perdite dovute a mancati guadagni. Non bastava la crisi economica mondiale, ora anche la gripe porcina ha il suo effetto sull’economia, del Messico e non solo. Chiusi i cinema, le chiese e i circoli di ogni tipo, cancellate le manifestazioni teatrali e culturali in genere. Negli stadi si gioca a porte chiuse. Il virus H1N1 ha messo in stand-by una città che prima pullulava di attività. È incuriosito dal vedere come ora i suoi connazionali badino molto più di prima al rispetto di norme igieniche che prima sottovalutavano, come lavarsi spesso volto e mani e utilizzare salviettine e fazzoletti monouso. Internet gli permette di essere costantemente informato sull’evoluzione dei fatti senza recarsi in edicola ad acquistare il quotidiano. Questa situazione gli fà tornare alla mente un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, intitolato “L’amore ai tempi del colera”, o la peste a Milano descritta nei “Promessi Sposi” di manzoniana memoria. Pensa anche ai suoi colleghi, medici, infermieri, assistenti sociali, che in questo momento si impegnano nell’attendere i pazienti. Ma in molti ospedali oltre alle persone in camice ci sono anche quelle in divisa. Sono dell’esercito. Vigilano, armi in pugno le porte, decisi a far rispettare l’ordine governativo che dice: niente accesso per i parenti degli infettati. Alcuni infermieri si lamentano e denunciano la scarsezza di mascherine, guanti, scarpe e camici adeguati, come riporta in un suo recente articolo, l'ottimo Matteo Dean.
Intanto ieri sera, quel medico, chiuso nel suo appartamento della capitale, ha acceso la televisione: parlava il presidente messicano Felipe Calderon. Ha iniziato dando le condoglianze ai familiari dei deceduti per l’epidemia. Poi, dando del tu allo spettatore, molta retorica tranquillizante e poche risposte. Ha ricordato la chiusura delle scuole, ha detto di lavarsi le mani, non salutarsi con baci, usare le mascherine soprattutto sui mezzi pubblici, pulire bene i telefoni e le maniglie delle porte. Ha poi chiesto che nei cinque giorni di festa che vive il Messico a partire da oggi, ognuno resti in casa con i familiari perché non c’è luogo più sicuro del proprio domicilio. Dopo aver invitato chiunque senta i primi sintomi del virus a recarsi presso i centri di cura, ha ricordato che fino al cinque maggio, saranno interrotte tutte le attività ritenute non essenziali. Ovviamente esentati dall’interruzione sono servizi di polizia, informazione, medicina e farmacia, banche, hotel, benzinai e alimentari.
Intanto alberghi e aeroporti del paese, specialmente di Cancun e la Riviera Maya, si preparano a far rientrare migliaia di turisti tra oggi e domenica. Per dare un’idea, solo gli spagnoli sono 3.500 e, secondo le stime, il totale degli stranieri arriverebbe a quarantamila unità. Il Governo ha stipulato un “Plan de evacuaciòn” con le compagnie aeree Air Canada, Air Europa, Martin Air, Tui, Cóndor e Thompson che prevede voli extra rispetto a quelli consueti Altri turisti hanno già comprato biglietti di ritorno sui normali voli di linea.
Per chi resta in Messico invece, è evidente come la febbre porcina non risparmi nessuno e si sia mescolando alla quotidianità, compenetrando addirittura il resto dell’attualità.
Per citare un esempio, mercoledì nella città di Matamoros, regione di Tamaulipas, è stato arrestato Gregorio Sauceda Gamboa, membro del gruppo Los Zetas, integrante il Cartel del Golfo. Uno dei cartelli del narcotraffico più forti del paese. Lo ha comunicato la Secretaría de Seguridad Pública de Mexico. Era uno dei ricercati dalla DEA statunitense di maggior spicco. Oltre al quarantaquattrenne Sauceda Gamboa, alias El Caramuela, El Goyo o El Metro dos, sono stati arrestati Miguel Angel Reyes Grajales, alias El Güero, di trentaquattro anni, e la presunta moglie di Gamboa, Gabriela del Toro Copto, de trentanove. Gli agenti hanno sequestrato anche un fuoristrada, cinque fucili, trenta caricatori e un lancia-razzi. Gli accusati di delinquenza organizzata e di violazione della legge federale sulle armi da fuoco e esplosivi, sono stati portati nel Centro de Mando de la Policía Federal di Iztapalapa, come informa l'edizione on-line di El Diario.
Nelle immagini televisive si vede come anche a Gamboa e a Reyes, esposti agli obiettivi delle tv e ai flash dei fotografi, venga messa la mascherina celeste, indossata anche dagli agenti che lo circondano. In Messico, nessuno è immune dalle precauzioni contro il contagio. Poche ore fa, infine, mentre molti erano davanti al teleschermo ascoltando il resoconto della riunione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che elevava il grado d’allarme da quattro a cinque, otto poliziotti venivano uccisi a Tijuana, al confine con gli U.S.A. da un non meglio identificato gruppo di sicari. Segno che la violenza dei narcos non è stata indebolita dal virus. La febbre porcina ha cambiato le abitudini di vita della maggior parte dei messicani, ma evidentemente non di tutti.

Viaggio in Guatemala. Le scoperte nella città preclassica di El Mirador rimettono in discussione la storia Maya raccontata finora (IV)

giovedì 30 aprile 2009

Con questo quarto ed ultimo post si conclude lo speciale sui siti archeologici Maya che ritengo più interessanti tra quelli rinvenuti in Centro America. Nella prima puntata siamo partiti dal Belize settentrionale per arrivare nel sud del Guatemala; nella seconda parte siamo tornati in Belize, mentre nella terza abbiamo visitato il Sud del Messico e il Guatemala settentrionale. Al termine della terza parte scoprivamo, inoltre, i nomi di alcuni piccoli paesi realizzati proprio in Guatemala dai Maya del periodo preclassico. Questo arco di tempo è stato finora poco studiato dagli storici, molto concentrati invece sul periodo classico. Nuove scoperte però stanno instillando nelle menti degli addetti ai lavori il dubbio che la storia Maya raccontata finora sia incompleta. Se l’epoca d’oro è quella del VII secolo dopo Cristo, oggi stanno emergendo prove che nel periodo storico vicino all’anno zero vi fosse già una struttura gerarchica e statale consolidata.
Tra i siti archeologici più interessanti per verificare tale ipotesi c’è El Mirador, uno spazio ampio duecentoquarantamila ettari, nascosto nella giungla del Petèn e lontano dalle solite rotte turistiche. El Mirador raggiunse una certa importanza tra il III secolo a. C ed il II secolo d. C. ed è uno dei più antichi centri Maya mai scoperti. Si crede che la sua costruzione sia iniziata nel X secolo a. C. Ad oggi conserva i palazzi più grandi mai rinvenuti, persino più alti di quelli della più nota Tikal. Ci sono prove che i Maya di El Mirador avessero sviluppato tecniche agricole, di scrittura, di osservazione astronomica e di calcolo matematico. Gli edifici erano ricchi di fregi e decorazioni che possiamo ammirare ancora oggi nella loro sontuosità visitando la piramide alta settanta metri chiamata “Struttura trentaquattro” o “El Tigre”. Per entrarvi si percorre una ampia scalinata con gradini regolari, circondata sui due lati da grandi zampe e maschere di giaguaro scolpite nella roccia. Niente a che vedere con le strette e irregolari scalinate del periodo classico. Si pensa che per costruirla abbiano portato con la sola forza delle braccia i massi grezzi sul posto e che li abbiano lavorati singolarmente con attrezzi di pietra. Le pareti sono ricoperte di calce e dipinte di rosso con polvere di ematite. Non esiste un edificio del periodo classico altrettanto grande. Questa piramide fa parte del complesso di edifici chiamato La Danta, vasto diciotto ettari che costituisce il punto più alto della città e dell’intero mondo Maya, da cui è possibile osservare le zone circostanti. Nei dintorni si distinguono le città, anch’esse preclassiche, di Xulnal, Wakua, Nakbe, La Florida e El Tintal. Tutte erano unite da strade che facilitavano i commerci e gli scambi, segno della volontà dei Maya preclassici di voler costituire un’entità statale organizzata. Per gli storici è questa la grande novità.
La struttura degli edifici del preclassico è peculiare e chiamata “triade”. Costruivano tre edifici, due più bassi al lato posti uno di fronte all’altro e uno più imponente al centro. Le decorazioni rinvenute e El Mirador raccontano la storia, le date e i nomi dei sovrani che vi regnarono. Ciò sta portando gli storici a riscrivere parte dello sviluppo della civiltà Maya, arretrandone l’inizio di alcuni secoli. Una grande scoperta è molto recente. Il sette marzo 2009 il dottor Richard Hansen, archeologo statunitense a capo di un gruppo di ricerca guatemalteco, ha mostrato alla stampa un bassorilievo, scolpito tra il 300 ed il 200 a. C., lungo tre metri e alto quattro, raffigurante il mito della creazione narrato nel libro sacro dei Maya: il Popol Vuh. L'archeologo che da anni studia il sito di El Mirador ha spiegato come nella scultura si possano vedere i due figli del Dio del Mais nuotare nelle acque dello Xibalba, portando con loro la testa del padre.
Sotto la piramide di "El Tigre" si sta scavando. Il tunnel è stretto, alto appena un metro e venti e molto caldo. Il muro portante è costituito da larghe pietre calcaree del peso di quattrocentocinquanta chilogrammi. Nuove scoperte possono venire dalla sua esplorazione.
Visto che la regione circostante è abbastanza inospitale viene da chiedersi come abbiano potuto ottenere le risorse di cibo necessarie per sfamale una popolazione stimata attorno alle ottantamila unità. La risposta potrebbe arrivare dalla palude della Carmelita, distante sessantacinque chilometri e ricca fonte di melma che fungeva da fertilissimo concime per i campi. Garantiva la coltivazione di grano, peperoncino, fagioli e altri legumi. Attorno alla città sono state rinvenute tonnellate di questa melma, che veniva estratta a mano dal fondo della palude e trasportata in ceste fin nei campi. Ancora oggi i contadini di Carmelita la utilizzano. El Mirador fiorì fino al 200 d. C., momento in cui venne abbandonata dagli abitanti che si rifugiarono nei paesi circostanti. Le cause dell’abbandono sono sconosciute. Una delle ipotesi è quella della deforestazione di ampie parti attorno la città che ha portato ad un improvviso impoverimento dei campi e ad un dissesto geologico.
Intanto si continua a scavare a El Mirador, così come in diverse località della zona affinchè i bistrattati Maya del periodo preclassico tornino a mostrare quanto di maestoso avevano realizzato.

Buona la prima: Rafael Correa rieletto presidente dell’Ecuador al primo turno con oltre il 50% dei voti

martedì 28 aprile 2009

Quando venne eletto la prima volta, nel 2006, pochi avrebbero scommesso su di lui, un quasi sconosciuto ex Ministro delle Finanze del governo di Alfredo Palacios convertitosi in candidato presidenziale. Rafael Correa Delgado, economista e professore universitario con studi in Ecuador, Belgio e U.S.A in quel frangente ebbe bisogno del secondo turno per entrare nella sede del Governo, a Palacio de Carondelet. Domenica scorsa invece nessuna sorpresa. Il sessantaquattrenne Correa, sposato e padre di tre figli, è stato riconfermato al primo turno presidente dell’Ecuador, cosa che non accadeva da trent’anni. È inoltre la prima volta che un capo di stato viene rieletto al secondo mandato, segno che il suo progetto socialista chiamato Revolucion Ciudadana è ormai consolidato. Riconfermato fino al 2013 anche il vice presidente Lenin Voltaire Moreno. I dati del Governo e del Consejo Nacional Electoral (CNE), tuttora non definitivi, dicono che col 77% delle schede scrutinate Correa ottiene 2.772.121 voti, pari al 51.87%. Seguono il generale Lucio Gutierrez Borbùa col 27.96% e l'imprenditore bananero Alvaro Noboa Pontòn con l’11.62%. La presidentessa argentina Cristina Fernandez e il nicaraguense Daniel Ortega sono stati i primi a fare i complimenti al capo di stato, mentre comunicati di felicitazione al popolo ecuadoriano per il consolidamento della democrazia nel paese sono giunti anche da parte dei ministeri degli esteri di Colombia e Costa Rica.
Essendo elezioni presidenziali e amministrative, si attende di sapere se il movimento di Correa, Alianza Pais, avrà o meno la maggioranza dei centoventiquattro seggi in parlamento. I sondaggi gli attribuiscono al momento di sessantuno seggi. Il secondo partito dell’emiciclo sarebbe Sociedad Patriotica con ventitré, seguito dal Movimiento Popular Democrático con sette e dal Partido Social Cristiano con sei.
L’obiettivo più importante che Correa ha centrato durante il suo primo mandato è stata la nuova Costituzione, redatta da una apposita Assemblea Costituente e ratificata mediante referendum nel settembre scorso col 64% di consensi.
Domenica il gradimento a Correa nella capitale Quito è arrivato al 63%, mentre nella città più popolosa del paese, Guayaquil, motore economico e tradizionalmente ostile al presidente, si fermato poco sopra il 40%. Nella regione amazzonica del paese è giunto secondo dietro Lucio Gutierrez. Al conoscere il risultato elettorale, Correa ha sottolineato l’importanza di una giornata elettorale in cui è stata scritta una pagina di storia. Su un palco, davanti ad una platea di simpatizzanti arrivata per festeggiare, ha ricordato come nessuno dei suoi sette predecessori dal 1996 al 2006, sia riuscito a compiere fino in fondo il mandato. Da oggi comincia una nuova tappa della Revolucion Ciudadana e nessuno la potrà fermare, ha continuato. Le sue scelte sono state da principio, indirizzate verso i poveri e i deboli, considerando fondamentale un approccio sociale allo sviluppo economico al centro del quale ci sia la persona. Se Correa era incapace di occultare la gioia, anche sua madre, presente sul palco, non riusciva a nascondere l’emozione e le lacrime. Il presidente ha voluto poi ringraziare gli elettori in Ecuador e gli oltre tre milioni di emigrati all’estero che per la prima volta hanno potuto votare nelle varie ambasciate e consolati. Li ha definiti fratelli e sorelle dispersi in tutto il pianeta, esiliati per colpa della povertà, espulsi per mancanza di opportunità lavorative. Nei loro confronti ha espresso la volontà di continuare a lavorare affinchè trovino quelle opportunità in Ecuador e si realizzino le condizioni giuste per permettergli di tornare in patria. Ha invitato l’opposizione a realizzare un grande accordo nazionale, ma lo sconfitto Lucio Gutierrez ha risposto in un’intervista televisiva, che per lui la guerra non è finita e che l’opposizione vigilerà l’azione del governo. Gutierrez ha governato il paese tra il 2003 e il 2005, ma le violente proteste che percorsero le strade della capitale e di altre città, assieme alle accuse di nepotismo, corruzione e interferenza in altre funzioni dello stato, lo costrinsero alle dimissioni. Gutierrez si è chiesto inoltre dove Correa troverà i soldi per portare avanti la sua politica, considerata molto dispendiosa per le casse statali in tempi di crisi economica globale. L’Ecuador è un paese ricco di materie prime, gas e petrolio, che vende all’estero. Lo stato ha finora beneficiato degli alti ingressi dovuti al prezzo degli idrocarburi, ma l’attuale calo dei prezzi rappresenta uno scoglio che dovrà essere presto superato per poter protrarre le politiche sociali. Prima tra tutte l’elargizione del “buono famiglia”, destinato ai meno abbienti delle regioni più povere e consegnato direttamente dall’esercito. L'altro sconfitto, Alvaro Noboa ha sottolineato in maniera negativa l'aumento della disoccupazione nel paese lo scorso anno, qualificando come stagnante la situazione economica interna.
Il voto si è svolto in tranquillità, confermando le recenti dichiarazioni dell’europarlamentare Emma Bonino, in Ecuador come osservatrice internazionale, che davano come infondato il rischio brogli. La missione di osservatori della Secretaría General de la Comunidad Andina de Naciones (CAN), condotta dal segretario generale Freddy Ehlers ha definìto maturo il clima politico nel quale si è svolta la consultazione. Quasi identico il comunicato del segretario della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Josè Miguel Insulza.
In Europa la comunità ecuadoriana più numerosa risiede in Spagna, dove il 40% dei centomila aventi diritto si è recato nelle dieci città dotate di urne. Eletta come rappresentante degli emigranti Dora Aguirre, da quindici anni in Spagna. Ora tornerà nel suo paese, sedendo nella Asamblea Nacional per rappresentare l’anello di congiunzione tra il Governo di Quito e gli ecuadoriani in Europa, secondo quanto ha dichiarato ieri la neoeletta al quotidiano spagnolo El Pais.

La Cumbre de las Americas commentata dal presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Riforma delle istituzioni economiche e nascita del Sucre i temi caldi

mercoledì 22 aprile 2009

Intervistato dalle emittenti Telesur e CNN Spanish, il presidente Rafael Correa ha definito disteso e favorevole il clima della Cumbre de las Americas conclusasi domenica a Port of Spain. Questa quinta edizione è uno spartiacque per i rapporti dell’America Latina con gli U.S.A e l’inizio di un nuovo cammino, ha esordito. Secondo Correa, è sempre complesso portare avanti i lavori e raggiungere obiettivi concreti e condivisi quando si riuniscono trentaquattro capi di stato. È importante aver costruito un clima di fiducia, di conoscenza e di rispetto reciproco. Correa è rimasto colpito dall’umiltà del presidente Barack Obama e dall’apertura mentale verso l’America Latina. Il nuovo leader nordamericano ha ascoltato attentamente le questioni poste dai vari capi di stato presenti, le critiche e i suggerimenti, fornendo poi la sua visione della situazione.
L’Ecuador in questa assemblea non è venuto a chiedere per ottenere, ma a proporre per discutere, ha chiarito poi Correa, sottolineando come non si debba dimenticare il passato, ma neanche restarvi troppo agganciati se vogliamo costruire un futuro nuovo e differente. Ha poi citato le parole della presidentessa Cristina Fernandez, con le quali la mandataria argentina ha definito la vittoria elettorale di Obama il frutto dell’odio e del rifiuto dei cittadini statunitensi verso le politiche interna, estera ed economica completamente sbagliate portate avanti per otto anni dal suo predecessore Bush. Sono un simbolo della volontà di cambio. Ora Obama, ha continuato Correa, deve convertirsi in attore capace di interpretare questo cambio.
Ha poi sottolineato l’evoluzione dell’America Latina da ieri a oggi. A differenza di quando avvenivano colpi di stato che portavano al potere dittature, oggi, attraverso le elezioni, i cittadini votano e si sentono maggiormente compresi nei processi decisionali e di cambiamento dello stato.
Riguardo la crisi economica ha ricordato come in Ecuador sia stato riscontrato un crollo del 22% delle remesas degli emigrati, una caduta del prezzo del petrolio ecuadoriano da 80 $ al barile nel gennaio 2008 ai 17 $ di dicembre, oltre all’incremento della disoccupazione dal 6% al 8.6%. Ad ogni modo sono state trovate nuove fonti di finanziamento statale e di sussidio alla disoccupazione, cosa che permette di pensare che il peggio sia passato. L’Ecuador, continua Correa, ha risentito come tutti del peggioramento delle condizioni economiche mondiali, generato delle politiche neoliberiste degli ultimi anni. Dobbiamo perciò correggere le ingiustizie strutturali per creare una società più equilibrata e equa. Ha poi parlato della recente assemblea del G20 di Londra nella quale si è compiuto un errore. Si è discusso su come riparare il sistema capitalista dal suo interno. Questo contribuisce a peggiorare l’attuale situazione. Non si è capito che ad essere entrati in crisi sono i fondamenti del capitalismo stesso e che bisogna ripensare agli accordi di Bretton Woods stabiliti nel luglio del 1944. Ebbero importanza nel momento storico in cui sono stati firmati ma ora sono superati e si sono convertiti in strumento della politica estera statunitense con il solo risultato di opprimere e seminare povertà nel terzo mondo. Anche l’FMI e la Banca Mondiale, secondo Correa, hanno esaurito il loro ruolo e vanno abolite, lasciando così spazio alla creazione di nuove istituzioni finanziarie. Un discorso simile a quello portato avanti dalla presidentessa argentina Cristina Fernandez nella recente assemblea dei paesi progressisti ospitata nella località cilena di Viña del Mar.
Come proposta alternativa, Correa sottolinea che i paesi dell’ALBA stanno creando istituzioni più vicine ai problemi locali e composte da loro rappresentanti. La prima è il Banco del Sur; la seconda è il Fondo de Reservas, che unisce le riserve dei vari paesi per poter far fronte a eventuali crisi economiche che arrivino dall’esterno; la terza sarà la moneta unica del Sud America, usata sia per scambi commerciali interni sia per essere più forti ed uniti nel commercio intercontinentale. Un blocco monetario unico renderebbe i paesi sud americani più competitivi. Questo tema è collegato al Sucre, moneta unica dei paesi dell’ALCA che il presidente venezuelano Hugo Chavez ha auspicato possa entrare in circolazione l’anno prossimo. El Sucre, dice Correa, è una moneta ma è prima di tutto un sistema: è l’acronimo di Sistema Unico de Compensaciòn Regional che punta a minimizzare l’uso e l’influenza del dollaro, oggi usato negli scambi commerciali tra le economie latinoamericane. Per quale motivo, si chiede Correa, dobbiamo lasciare che le nostre economie dipendano dagli Stati Uniti, cioè una potenza extraregionale?
Nella riunione di Trinidad si è anche parlato della pessima influenza avuta dall’ex ambasciatore U.S.A. in Bolivia, Philip Goldberg, poi espulso; dei rapporti Washington-Caracas con la nomina dei rispettivi ambasciatori e dei motivi dell’espulsione di due funzionari dell’ambasciata nordamericana a Quito che si appropriarono indebitamente di computers con dati riservati dello stato.
Correa assieme agli altri capi di governo componenti l’ALCA ha deciso di non firmare la dichiarazione finale dell’assemblea perché definita troppo leggera e superficiale. “Omette temi che ritengo importanti, pecca di omissioni e dice delle ovvietà”, ha stigmatizzato. Non si dice chiaramente che la crisi economica è una crisi strutturale del capitalismo e non può essere risolta all’interno di un sistema attualmente collassato. Vanno quindi cercate soluzioni alternative all’esterno di questo sistema. La seconda questione è relativa a Cuba e all’embargo che va eliminato. La terza è la questione degli hispanos in U.S.A. Non è infatti possibile che un paese sostenitore delle liberalizzazioni, della globalizzazione, della mobilità delle merci, criminalizzi l’entrata di persone e costruisca un muro al confine col Messico. “Questi tre temi non sono trattati con la dovuta profondità nel documento e ciò mi ha convinto a non firmarlo”, ha concluso Correa.
Le ultime settimane sono state molto intense per il presidente. Domenica prossima in Ecuador si svolgeranno le elezioni amministrative e presidenziali. Correa e l'attuale vice presidente, Lenin Moreno, cercheranno la riconferma per un secondo mandato. Sostenuti da due partiti di sinistra Alianza Pais e Partido Socialista Frente Amplio (PSFA), attualmente i sondaggi li danno vincenti con percentuali tra il 50 e il 55%.
Pubblicato su Agoravox.it